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La crisi economica del 1929

Questa crisi distrugge sia gli equilibri italiani che internazionali.
Viene definita “grande” perché ha avuto una durata e profondità superiore a tante altre crisi. Inoltre questa era la crisi che Marx aveva annunciato come la fine del capitalismo. Soprattutto era una crisi imprevista.
Il 24 ottobre 1929 inizia la crisi con il crollo della Borsa di New York.
In realtà la crisi ha colpito i paesi occidentali in momenti e con intensità diversi.
Ad esempio la Germania entra in crisi prima di tutti gli altri paesi (fine 1928), ed è una crisi pesantissima.
Invece il Giappone non l’ha proprio sperimentata.
Tra il 1929 e il 1932 il reddito nazionale degli Stati Uniti diminuisce del 28% e la produzione industriale del 44.7%.
Il problema è dato dal calo drastico e netto della produzione.
Inizialmente si pensava che la crisi fosse un solito abbassamento della capacità di produrre, in particolare per gli Stati Uniti. Anche il crollo della borsa è interpretato come una fase di assestamento.
Invece la Crisi del ’29 da crisi finanziaria diventa una crisi dell’economia reale. È una crisi industriale.
Si può definire come il killer del capitalismo liberale.


- Da crisi finanziaria diventa Crisi industriale.
- Il commercio internazionale si ridusse ad un terzo del valore e a due terzi dei volumi precedenti.
- Crollano PIL e produzione industriale, così come i prezzi.
- Si ridussero i salari (nominali e reali) e si contrasse l’occupazione.
- È iniziata nel 1929 ed è finita nel 1946.



Non esiste pieno accordo sulle cause della crisi del 1929. Sicuramente furono molte e complesse:
1.MUTAMENTI STRUTTURALI DEI MERCATI
2.ANDAMENTO DELLA DOMANDA : è la domanda che va in crisi. Il sistema capitalismo oltre a regolare e sviluppare l’offerta, deve anche sviluppare e regolare la domanda, il potere d’acquisto.
3.CATTIVO FUNZIONAMENTO DEL GOLD EXCHANGE STANDARD
4.CAMBIAMENTO DELLE ASPETTATIVE DI MERCATO : l’economia non si regge solo su andamenti reali ma anche sulle aspettative degli operatori.
5.INTERVENTI ERRATI DEL FEDERAL RESERVE BOARD
6.ERRATE POLITICHE ECONOMICHE IN MOLTI PAESI
7.MANCANZA DI COOPERAZIONE INTERNAIZONALE E DI UNA LEADERSHIP CONDIVISA : i flussi economici vanno oltre la dimensione nazionale, non bastano più le politiche dei governi, ma ci vogliono politiche economiche a livello internazionale.

1.) MUTAMENTI STRUTTURALI DEI MERCATI
Con questa espressione si intende:
- un incremento della rigidità del mercato dei prodotti, perché aumentano le concentrazioni, i cartelli e i monopoli. Si associano quindi grandi gruppi industriali che controllano il mercato.
- Accresciuta rigidità nel momento nel mercato della manodopera: blocchi alle emigrazioni.
- Queste rigidità, date da un mercato che tende a limitarsi, rendono più difficile il ripristino automatico degli equilibri economici dopo una crisi.
Il mercato non si autoregola più: l’offerta non incontra la domanda e la domanda non incontra più l’offerta. Questo era l’elemento fondamentale del libero scambiamo.

2.) ANDAMENTO DELLA DOMANDA
La domanda, specialmente di beni di consumo durevoli (che servono per la produzione), non segue il forte incremento della base produttiva. Il sistema non è in grado di consumare tutto ciò che viene prodotto.
La grande crescita realizzata durante la I Guerra Mondiale esplode perché c’è una sovrapproduzione.
È quindi una crisi strutturale e non più congetturale. Per la prima volta dagli anni ’30 in poi il mercato manca della domanda, fino ad ora non era mai accaduto.

3.) CATTIVO FUNZIONAMENTO DEL GOLD EXCHANGE STANDARD
In molti paesi si registra una contrapposizione tra politiche fiscali espansive (date dall’aumento della spesa pubblica) e politiche monetarie restrittive (rivalutazione della lira per mantenere stabilità dei cambi), rappresenta quindi il contrasto tra il crescere del debito pubblico e la riduzione del credito.
Questo concetto che apparteneva al capitalismo liberale non funziona più, perché viene generata inflazione e disoccupazione.
La politica monetaria restrittiva porta ad un calo delle esportazioni, quindi meno profitti e quindi cosa si tassa:
Inoltre l’Inghilterra non si rende conto di non essere più il paese che può fare da perno del sistema, non è più in grado di reggere, perché il PIL non le permette di garantire che la sterlina sia la moneta di riferimento. È il declino dell’Inghilterra.
Mentre gli Stati Uniti, che avrebbero potuto sostituire l’Inghilterra, non assumono negli anni ’20 e ’30 il ruolo di guida del sistema economico, ovvero non utilizzano il dollaro come moneta di riferimento 8fino alla II Guerra Mondiale).
Gli Stati Uniti diventeranno guida nel momento in cui sperimentano loro stessi la Crisi del ’29.

4.) CAMBIAMENTO DELLE ASPETTATIVE DI MERCATO
L’economia dalla Crisi del ’29 in poi non è solo fatta dall’incontro tra la domanda e l’offerta, ma è anche legata alle aspettative degli operatori economici, ovvero da quanto gli operatori economici pensano di guadagnare o perdere da un’azione economica.
Le aspettative sono legate alle previsioni future: gli imprenditori investono se hanno fiducia nel mercato; i risparmiatori tendono a risparmiare in funzione delle loro prospettive di reddito.
Quindi gli investimenti sono in funzione del tasso d’interesse, il risparmio è in funzione del reddito..
La Crisi del ’29 indica proprio questo, perché gli imprenditori smettono di investire perché i tassi sono alti e perché l’offerta non incontra più la domanda e viceversa, e quindi perché quanto prodotto non verrebbe consumato.
Mentre i risparmiatori davanti alla disoccupazione tendono a non consumare e mettere da parte i soldi.

5.) I NTERVENTI ERRATI DEL FEDERAL RESERVE BOARD
La Federal Reserve Board era la Banca Centrale Americana. I responsabili della politica monetaria e creditizia pensavano che la crisi fosse procurata dall’eccesso di moneta e credito, che generava speculazioni sulla moneta; decisero quindi di mettere in atto una POLITICA RESTRIITIVA, però il sistema aveva già un calo negli investimenti, e riducendo ulteriormente la moneta e il credito, si riducevano di conseguenza ulteriormente gli investimenti.
L’errore è aver ritenuto che fosse una crisi solo finanziaria.

6.) ERRATE POLITICHE ECONOMICHE IN MOLTI PAESI
Tutti i paesi industriali fecero delle scelte sbagliate. Gli errori principali che hanno portato alla Crisi sono stati:
- Rimanere legati alla TEORIA ECONOMICA CLASSICA, al modello del capitalismo liberale, che non era stato in gradi di affrontare una crisi che era contemporaneamente finanziaria e economica. L’economia reale non era capace di produrre una domanda che sosteneva l’offerta.
- La sincronia tra componente finanziaria e economica, per la prima volta, non permetteva i MECCANISMI COMPARATIVI: se si restringeva il credito crollavano gli investimenti, se si attuava una politica protezionistica avveniva una svalutazione della moneta.
I governi puntarono al modello classico:
- Bilancia in pareggio
- Difesa della stabilità della moneta, attraverso una rivalutazione della moneta
- Protezionismo.
Solo che questo meccanismo tradizionale, invece di risanare la crisi, portò negli anni ’30 a:
- Deficit nella bilancia dei pagamenti.
- Crollo nel commercio internazionale.
- Alla fine ulteriore riduzione dell’attività economica (fallimenti e disoccupazione).

7.) MANCANZA DI COOPERAZIONE INTERNAZIONALE E DI UNA LEADERSHIP CONDIVISA
Non c’era cooperazione internazionale ed era tecnicamente assente un PRESTATORE INTERNAZIONALE, che permettesse l’avvio di una politica di una spesa espansionistiche. Il sistema economico internazionale era interdipendente e i flussi commerciali andavano oltre la dimensione nazionale, per questo c’era bisogno di qualcuno che regolasse e intervenisse nei momenti di crisi sostenendo la moneta e attuando politiche di risanamento.
Questo soggetto nascerà solo nel 1945, e sarà il FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE.
Per cui ogni paese si gestiva da solo seguendo una politica tradizionale di capitalismo liberale con:
- Bilancio in pareggio attraverso o la riduzione delle spese, o l’aumento delle tasse, per arrivare a ridurre la domanda.
- Protezionismo, ma di conseguenza tutti i paesi applicavano il protezionismo. Inoltre in questi anni il protezionismo è legato a fenomeni di DUMPING ovvero vendere sottocosto all’estero rispetto ai prezzi interni. Il paese che seguì di più questa politica fu la Germania nazista.
Così crollava il commercio internazionale.
La dimensione internazionale si scontrò con la dimensione degli operatori che era nazionale, questo portò alla crisi.
In riassunto gli effetti della depressione furono:
- CADUTA DEI PREZZI
- CADUTA DEGLI INVESTIMENTI : la caduta degli investimenti agì da moltiplicatore della riduzione dell’attività economica, ridurre gli investimenti in un momento di crisi non permette la ripresa. Gli investimenti potevano migliorare la tecnologia, aumentare l’occupazione e quindi aumentare la domanda.-
- CROLLO DELLA PRODUZIONE : il crollo della Borsa di New York si estese subito alla produzione industriale americana.
- CROLLO DEL CREDITO
- CRISI DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE
MOLTO IMPORTANTE!
La crisi è un processo drammatico che:
- si espande dal 1929 fino agli anni 1933/34.
- Dagli Stati uniti, che erano l’epicentro del terremoto, si trasferisce dal 1930/31 in Europa proprio perché l’economia ormai è interrelata. Per questo avrebbe avuto bisogno di regole comuni. Ciò che succede a New York, succede anche a Londra e a Berlino.
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Appunti presi durante il corso di Storia Economica a.a. 2008-09.