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La fine del sistema confuciano

Per tutto il periodo Edo la dimensione economico-sociale fu influenzata dalla rigida divisione in classi confuciana, detta shinokosho per cui il gradino più alto della scala sociale era occupato dai guerrieri (in Cina dai burocrati) seguiti da agricoltori, artigiani e mercanti.

Il Confucianesimo rifiutava l’idea della mobilità sociale preferendo una società statica regolata da un ordine naturale, il cui sovvertimento avrebbe disgregato l’armonia.

Tale dottrina si adattava perfettamente a una società agricola, ma non era compatibile con il dinamismo di una società mercantile e proto-capitalista, come quella che andava profilandosi alla fine del periodo Edo in Giappone, definito dagli storici bakumatsu, con riferimento alla fine del bakuhan, l'espressione è traducibile come "fine del sistema feudale". I mercanti erano considerati improduttivi in quanto si occupavano di scambiare le merci e non di produrle, come invece facevano gli artigiani e soprattutto gli agricoltori, fortemente valorizzati in una società fondamentalmente basata sulla risicoltura, basti pensare che la potenza dei daimyo era calcolata sulla base quantitativo di riso che ottenevano dai loro possedimenti.

Come accennato alla fine del periodo Edo l’ordine confuciano non rispecchiava più l’ordine economico.
I samurai e in generale la classe guerriera, detentrice del potere politico, economicamente dipendeva di fatto dai mercanti. I tentativi dello shogunato di ristabilire l’ordine condonando i debiti che i samurai avevano contrato coi mercanti furono vani, poiché non agivano sulla causa primaria di tale sovvertimento sociale: l’inadeguatezza del sistema fiscale.

Alla base dello sviluppo di un’economia di mercato in Giappone vi fu l’incredibile incremento della produttività agricola e l’incapacità del sistema fiscale di adeguarsi ad essa. Si andò pian piano formando all’interno dei villaggi, i cosiddetti mura, una stratificazione sociale che avrebbe portato a un definitivo sovvertimento del sistema confuciano. Ai tempi della riunificazione nel periodo Azuchi-Momoyama, Hideyoshi aveva riformato il sistema fondiario basando il prelievo fiscale sulla produttività del terreno, ogni contadino doveva avere il tanto di raccolto necessario a sopravvivere, ma non doveva accumulare ricchezze.

Nel corso del periodo Edo però furono introdotte delle innovazioni come l’uso di fertilizzanti, i manuali di agronomia e nuovi attrezzi più efficienti che permisero ai contadini di aumentare la produttività. Chi riusciva a produrre di più poteva investire in nuove tecnologie e incrementare ulteriormente la produttività così da poter coltivare altri prodotti oltre a riso che potevano essere rivenduti a buon prezzo sul mercato. In questo modo chi aveva la possibilità di investire diventava sempre più ricco, mentre coloro che possedevano piccoli appezzamenti divenivano sempre più improduttivi, poiché non erano in grado di stare al passo con le nuove tecnologie ed entrare a far parte del mondo mercantile vendendo prodotti diversi dal riso. Si andava sviluppando così all’interno della classe contadina una stratificazione sociale lontana dall’armonia confuciana. All’arricchimento di mercanti e contadini però non corrispondeva un arricchimento della classe guerriera, che invece era sempre più sommersa dai debiti, poiché il prelievo fiscale non era aumentato proporzionalmente all’aumento della produttività e il potere d’acquisto dei samurai, pagati in riso, era inferiore a quello dei mercanti che disponevano della moneta.

Il sistema confuciano promosso dallo shogunato strozzava l’intera economia nazionale, ciò provocò numerose rivolte non solo tra i contadini ma nella stessa élite militare. Gli intellettuali cercarono di proporre diverse soluzioni per mettere fine alla crisi e gli stessi daimyo si impegnarono per risollevare nei loro feudi un’economia, che il bakufu si era dimostrato incapace di risanare.

Alcuni intellettuali, i cosiddetti rengakusha e yogakusha, iniziarono a vedere il progresso scientifico e tecnologico su modello occidentale come l’unica soluzione alla crisi in corso, allo stesso tempo si sviluppò un movimento, basato sull’ideologia nazionalista dei kokugakusha, con risvolti anti confuciani e xenofobi. Fra gli studiosi di cose occidentali si distinse Hayashi Shihei che pronosticò il pericolo russo, nel 1792 infatti una missione tentò di convincere il Giappone a instaurare rapporti commerciali, per tutta risposta il bakufu aumentò il controllo su Ezo, l’attuale Hokkaido, da cui i russi erano giunti. Un altro studioso di cose occidentali che denunciò la debolezza delle frontiere nipponiche fu Honda Toshiaki, che suggerì come soluzione alle pressioni esterne la creazione di una potente flotta con tecnologie occidentali.

Fra i nazionalisti si distinse Aizawa Seishisai, che formulò la teoria del kokutai (sistema nazionale), che ridava all’imperatore il ruolo dominante e sarebbe stata alla base dei movimenti sonno (venerare l’imperatore) e joi (fuori i barbari).

Anche i daimyo di alcuni han cercarono di trovare una soluzione alla crisi che attraversava i loro feudi tentando di risollevare il bilancio autonomamente. Choshu tentò di ridurre le spese e migliorare l’assetto agricolo per poter investire nel settore militare, mentre Satsuma si concentrò sull’attività mercantile, in particolare sul commercio di zucchero con le Ryukyu. Oltre alla crisi interna si faceva sempre più pressante la preoccupazione di trovare un posto per il Giappone all’interno del nuovo sistema internazionale.

Alla fine del Settecento il Giappone iniziò a subire una serie di pressioni per la riapertura.
I primi tentativi di stabilire un rapporto commerciale e rompere l’isolamento giunsero dalla Russia nel 1792 e nel 1804, ma si affievolirono a causa delle guerre Napoleoniche e della guerra di Crimea. Anche la Gran Bretagna cercò di approdare nelle coste nipponiche ma dovette rinunciare a causa della prima guerra dell’oppio, ottenendo come risultato un indurimento della politica del sakoku nel 1825.
La Gran Bretagna vendeva illegalmente in Cina l’oppio proveniente dall’India, questo veniva pagato in argento dai Cinesi causando un grave squilibrio nella bilancia commerciale oltreché sul piano sociale. Per questo il governo di Pechino inviò a Canton un commissario incaricato di risolvere la situazione, questi fece bruciare 1300 tonnellate di oppio inglese, provocando lo scoppio della guerra dell’oppio (1839-1842), conclusasi con la firma del trattato di Nachino, il primo “trattato ineguale” con l’Asia, che sarà poi preso a modello anche per la stipula dei trattati Ansei fra Giappone e potenze occidentale nel 1858.

Le notizie provenienti dalla Cina indussero il Giappone a mitigare la politica del sakoku anche in vista dell’ imminente arrivo di una missione statunitense, annunciato già nel 1852 dall’Olanda. Nel 1853 arrivarono quattro navi nere, guidate dal commodoro M. Perry con l’incarico, affidatogli da Fillmore, di concludere un accordo che consentisse agli Usa di disporrei un avamposto giapponese da utilizzare nelle lunghe traversate verso la Cina. Al Giappone fu concesso un anno di tempo per rispondere alla proposta americana, durante il quale si aprì un dibattito fra i daimyo, che dimostrò la debolezza del bakufu e si concluse con la scelta di Abe Masahiro, allora a capo del Consiglio degli Anziani, di seguire la linea del compromesso, acconsentendo a tutte le richieste, tranne quelle relative al commercio. Il 31 marzo 1854 fu stipulato il trattato di Kanagawa, che prevedeva la riapertura dei porti di Hakodate e Shimoda, l’insediamento di un console statunitense a Shimoda e il soccorso dei naufraghi americani.

di Veronica Vismara
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