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La magia


La parola magia esprime un complesso di funzioni mentali della massima importanza, attive nel mondo primitivo e che ancor oggi sopravvivono dentro e fuori dai riti religiosi delle civiltà evolute. I primitivi erano dell’idea che tutto ciò che circonda l’uomo è prodotto da esseri benigni o maligni, siano essi demoni o mortali. Le idee e la pratica magiche vengono così ad occupare uno spazio incredibilmente importante nella vita degli uomini e dei popoli, anche a livelli tutt’altro che primitivi. Ovviamente il suono fa parte di queste pratiche. Tutto ciò che produce un suono contiene in sé l’impulso della lotta eterna dell’uomo contro le forze ostili che minacciano la sua vita e il suo benessere; nulla meglio del suono è in grado di parlare alle potenze della sorte e della prosperità. Il canto in questi contesti si caratterizza come atto di estasi e di spersonalizzazione, si distacca dalla comune espressione umana; la voce spesso è assai lontana dall’essere naturale e spesso assume sfumature diverse come accentuazioni e falsetti che somigliano al ventriloquio o al lamento. Alcuni distinguono queste sfumature in relazione allo scopo del canto. In tutto il mondo si incontrano canti dallo strano accento nasale. Esistono poi strumenti atti a modificare la voce dello sciamano ad esempio gusci di crostacei messi davanti alla bocca, danno un suono più cupo, misterioso e sovrumano. Gli atti intesi a eliminare le caratteristiche individuali della voce umana nei rituali magici non esauriscono l’insieme dei manierismi specifici che in tutto il mondo caratterizzano vari stili musicali. All’orecchio di un occidentale tutti i canti orientali e primitivi suonano innaturali e pieni di manierismi strani e insoliti, una nota sola cantata da un orientale e un occidentale può rendere la differenza e il concetto. In questo contesto nasce la complessa questione del MANIERISMO VOCALE. Entrò per la 1° volta nel campo quando Von Hornbostel si interessò circa lo stile vocale degli Indiani americani, descrivendone l’enfasi e l’accentuazione, le somiglianze con gli sbuffi di una macchina a vapore, con la caratteristica rottura delle note più lunghe in una pulsazione uniforme. Dopo di lui, Merriam si interessò dello stile degli Indiani Flathead definendo lo stile a denti stretti o ventriloquio, gola con apertura stretta senza risonanza delle cavità nasali superiori, si produce un’esecuzione di qualità penetrante. Tensione ed enfasi sono presenti anche nei canti della Siberia. Gli indiani americani eseguono i loro canti di corteggiamento in un modo del tutto diverso, queste canzoni, che si pensa derivino da melodie per flauto, hanno delle caratteristiche spiccatamente strumentali, sono lente, prive di accento, hanno un’intonazione nasale e sovente sonot remule per effetto della mano che viene agitata davanti alla bocca durante l’esecuzione. La voce subiva le variazioni corrispondenti a quelle del testo. I maori della Nuova Zelanda eseguono i canti di guerra rapidamente, in un falsetto sferzante, microtonico, che sembra quasi un pigolio eccitato da cortile; è uno stile “teso”. Gli indigeni australiani cantano ogni nota con una specie di energica espirazione, emettendo un rantolo continuo e per lo sforzo rimangono spesso senza fiato. Sempre in Australia si trova uno stile di canto caratterizzato da una sorta di grugniti provenienti dall’addome, che non ha corrispondenti in nessun altro paese. Nell’Uganda invece esistono diverse tecniche di emissione della voce: c’è chi si picchietta la gola con le punte delle dita, c’è chi ulula o modula la voce, oppure chi canta glissando. In estremo Oriente vi sono addirittura sette stili differenti, uno per ogni situazione emozionale, anziché un’unica tecnica d’emissione come avviene in Occidente.
di Marianna Tesoriero
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