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La musica primitiva


Problema di tutta la letteratura musicale è la difficoltà di esprimere con parole la descrizione di brani o stili musicali; una difficoltà ancora maggiore è poi quella di leggerli e assimilarli, mentre è quasi impossibile tradurli effettivamente in immagini, tuttavia la questione non può essere elusa. È un atteggiamento del tutto ingiustificato quello di chi etichetta le melodie non occidentali con termini come “maggiore” o “minore” a seconda che la nota da lui ritenuta la terza sia a una distanza maggiore o minore dalla presunta “tonica”. C’è poi anche chi ha l’abitudine ancora più deleteria di attribuire alle melodie sentimenti prefabbricati, secondo la credenza occidentale, del tutto infondata, che maggiore debba significare gioia e minore invece tristezza. Questa tristezza sconsolata si attribuisce all’effetto deprimente dell’ambiente. Ma questo non è per fortuna credenza comune nemmeno in Occidente dove molti canti funebri sono anche in tonalità maggiore.
Va sottolineato che i più antichi brani musicali sono esclusivamente vocali e pertanto sono melodie pure; si potrebbe definire la melodia come l’andamento percepibile di una voce o di uno strumento, dall’inizio alla fine di un brano compresi i passaggi intermedi; tale movimento è un insieme organico e vivo dotato di scorrevolezza, di tensione e di abbandono; non deve essere necessariamente melodioso o soave. Anche a livello primitivo una melodia non è mai qualcosa di anarchico o arbitrario ma segue sempre regole precise e quasi inderogabili. Una conseguenza di tale soggezione alle regole è che le tribù sopravvissute dall’età paleolitica usano due stili nettamente distinti uno accanto all’altro e questo senza divisioni geografiche.
di Marianna Tesoriero
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