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La politica dei gesuiti

Le dottrine antirealiste Con il Concilio di Trento (aperto nel 1545 e concluso nel 1562) la Chiesa cattolica ha cercato di arginare la penetrazione del Protestantesimo, introducendo nella sua dottrina e nelle sue istituzioni le correzioni giudicate necessarie ad evitare il ripetersi di situazioni critiche. Per assecondare quest'opera di revisione ed il consolidamento dell'autorità ecclesiastica, venne fondata nel 1534 dallo spagnolo Ignazio di Loyola la Compagnia dei Gesuiti, un vero esercito di Dio che comprendeva teologi di notevole livello intellettuale, oltre che uomini di grande zelo religioso e grande competenza amministrativa, scelti in tutti gli strati sociali. Sui rapporti fra politica e teologia la posizione dei pensatori gesuiti può essere così espressa: per rafforzare il potere spirituale della Chiesa conviene indebolire quello temporale dei sovrani e rifiutare perciò il principio che il re derivi la sua autorità direttamente da Dio. Meglio perciò riconoscere al popolo piuttosto che al monarca la titolarità di una sovranità concessa direttamente da Dio. Questo non contraddiceva d'altronde la tradizione del giusnaturalismo cattolico di San Tommaso e della Scolastica, alla quale i Gesuiti si richiamavano più direttamente. Sono state segnalate alcune convergenze dottrinarie tra il pensiero degli Ugonotti e quello dei Gesuiti, convergenze risultanti appunto dalla loro comune convenienza (anche se con opposte intenzioni) a non concedere alla regalità un dominio incondizionato che avrebbe rappresentato una minaccia contro l'autorità spirituale, meglio garantita invece dalle tradizionali libertà corporative del popolo più aperte all'influenza della Chiesa. Il loro orientamento era di riconoscere una certa autonomia della sfera temporale (rappresentata dal popolo piuttosto che dal re) e di lasciare al Pontefice una specie di sovranità spirituale sugli stati cristiani ma affinchè quest'ultima non si rivelasse storicamente illusoria, i Gesuiti si preoccuparono anche di stabilite il principio della supremazia "indiretta" della Chiesa e del Papa in tutte le materie politiche comunque attinenti ai diritti della religione e della morale cattolica. Bellarmino fu il teorico di questo potere temporale indiretto del Papa sulla politica: la sovranità terrena " ha per fine la pace temporale", quella spirituale " la salute eterna", la prima si esercita sulla proprietà materiali,la seconda sulle coscienze ma questa distinzione non preclude il diritto di intervento della Chiesa negli affari temporali perché non si può scindere radicalmente materia e spirito. La Chiesa è fondata da Dio con una sua suprema responsabilità spirituale e se è vero che nella società ci sono esigenze che appartengono soltanto all'ordine naturale e che sono quindi di competenza del popolo e del sovrano, ci sono però anche esigenze che riguardano la vita spirituale e in questo campo l'autorità e l'intervento del Pontefice devono essere riconosciuti come legittimi. Evitando l'ingerenza diretta della Chiesa negli affari spirituali, si rivaluta una certa autonomia dell'organismo sociale e lo si munisce di una certa sovranità in modo da togliere al re la presunzione che sia lui a dialogare direttamente con Dio. E' sempre giustificata sul popolo e sul monarca l'azione del Pontefice per quel che riguarda l'ordine spiriturale della società.

Sovranità popolare e diritto di resistenza

Giovanni Mariana è fautore di una più vasta penetrazione del clericalismo nella politica ma anche della superiorità della sovranità popolare su quella del principe. Egli nega l'assolutismo regio sostenendo che la sovranità del re promana da quella della nazione; il consenso dei cittadini, espresso in varie forme, deve orientare e controllare l'azione di governo e se la monarchia degenera nella tirannide, è legittimo resisterle fino anche al tirannicidio. Pur teorizzando questo principio del tirannicidio, Mariana esorta a procedere con cautela e ad agire per quanto possibile con metodi legali.

Comunità e diritto naturale

Francesco Suarez è considerato il più importante rappresentante della seconda Scolastica. Egli riprende i motivi fondamentali del pensiero di San Tommaso, adattandoli alle nuove esigenze: lo stato è una "comunità perfetta" e supera per la sua complessità e per la sua autosufficienza tutte le comunità incomplete ed imperfette e la sua origine è da collegare alla naturale propensione degli uomini alla socialità. Il peccato accentua tuttavia l'esigenza di un'organizzazione coercitiva piuttosto che di un'organizzazione direttiva della comunità e tale carattere coercitivo è tanto più rilevante quanto più estesi sono i compiti e tanto più complesse le funzioni dello stato. Il fine della società esige che essa sia munita di una sovranità autonoma attraverso la quale provvedere al soddisfacimento dei bisogni ed alla garanzia del buon ordine collettivo. L'origine di questo dominio della comunità (intesa appunto quasi come un corpo mistico) è divina ma non esclude l'intervento delle volontà e del consenso degli uomini che vi partecipano; la sovranità sociale precede comunque il potere del principe ed è stata data direttamente da Dio al popolo. Da questo riconoscimento della sovranità della comunità popolare e della sua diretta origine divina Suarez non trae tuttavia la conseguenza che sia dato al popolo un diritto di ribellione e di sedizione contro i loro principi legittimi: se il popolo ha affidato il suo potere al re e questi lo ha accettato, il re ha acquisito il dominium. Il popolo è per Suarez sovrano ma tale sovranità non è inalienabile: essa è un patrimonio, un bene che il popolo può trasmettere ai suoi reggitori ma che non può riprendersi una volta trasferito; con la delega il popolo si obbliga quindi a rispettare il sovrano e le sue leggi. Suarez prevede tuttavia la possibilità di un'alienazione non totale della sovranità, che riservi al popolo una qualche competenza negli affari più importanti. Vale sempre, comunque, il diritto popolare ad opporsi al sovrano quando il potere di costui degenera in tirannia e minaccia di distruggere la comunità. Non è detto però che la sovranità popolare venga alienata solo a favore di un monarca: potrebbe essere anche conferita ad un regime repubblicano, i cui principi costituzionali prevedano una più larga partecipazione popolare e, in questo caso, i depositari di tale sovranità devono rispettare i principi propri di quello stato. A Suarez non interessano particolarmente le forme di governo ma piuttosto la loro compatibilità con un impianto giusnaturalistico dell'ordine sociale. La legge naturale esclude per lui la derivazione divina del potere dei re ed ammette invece una legittimazione divina della sovranità popolare, senza però attribuirle (a parte il caso della tirannia) quella inalienabilità che altre correnti di pensiero considerano invece suo carattere essenziale.
di Viola Donarini
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