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La storia del segno linguistico

Il dibattito sull’arbitrarietà del segno linguistico comincia già prima di Platone e si protrae, con riflessioni e teorizzazioni diverse, fino ai giorni nostri. Platone. Nel Cratilo Platone espone nei dialoghi tra Cratilo ed Ermogene le due concezioni tradizionali sulla costituzione del segno linguistico basata sulla orthotes ton onomaton ovvero sulla correttezza dei nomi; la discussione è mediata da Socrate attraverso cui Platone rivela i propri dubbi e le proprie convinzioni. La prima concezione, quella naturalistica, viene difesa da Cratilo. Ermogene: “La correttezza del nome è per ciascuna delle cose che sono già predisposte per natura”. Secondo Cratilo, dunque, i nomi prescindono dalla decisione dell’individuo: la forma materiale rispecchierebbe le cose della realtà cogliendo la giustezza che nelle cose esiste intrinsecamente allo stesso modo per tutti. Il linguaggio avrebbe una origine motivata, derivata da quello che oggi definiremmo iconismo. La seconda concezione, detta nominalista, è così espressa da Ermogene. La tesi contraria sostiene, ora, che nessun nome può essere inerente a nessuna cosa per natura ma nasce in virtà di una volontà umana. Dopo aver esposto le estreme conseguenze delle due tesi, Platone riferisce infine la propria opinione attraverso le sembianze di Socrate: se anche il segno linguistico avesse un’origine naturale, questa ne spiegherebbe solo la nascita, dato che una volta entrato nell’uso, questo assumerebbe indiscutibilmente una forma convenzionale.
di Niccolò Gramigni
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