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La teoria del successo sociale ed i rapporti con l’etica d’impresa

Ci domandiamo se l’imprenditore è mosso soltanto da interessi economici oppure tende a raggiungere anche altri traguardi appartenenti alla sfera del sociale. Le motivazioni o le finalità che spingono un individuo a promuovere la costituzione di un’impresa possono essere inquadrate secondo la scala dei bisogni di Maslow. Dunque, lo stimolo economico non rappresenta né il solo né il richiamo più importante: secondo Sciarelli, invece, il fine economico si trasforma in un mezzo per il raggiungimento anche di obiettivi morali e sociali.
Partendo da ciò, possiamo individuare e ordinare le finalità imprenditoriali in funzione di una combinazione o mix costituita dalla massimizzazione del profitto, del potere e del prestigio. Questa combinazione delle tre P sarebbe rappresentativa del successo sociale ottenuto dallo imprenditore. Il prestigio (leadership sociale) è il vero punto di arrivo dell’attività imprenditoriale.

La possibilità di scalata dell’imprenditore si costruisce su una corretta applicazione di valori economici ed etici nel governo dell’impresa. Il successo aziendale, difatti, per essere costruito in modo solido e per potere ampliare la sua ricaduta positiva sullo status sociale dell’imprenditore deve poggiare sul rispetto di equilibri economici e valori morali. Tale scala dei fini imprenditoriale si riferisce soprattutto all’imprenditore proprietario dell’impresa.
In presenza di un manager, con un differente grado di immedesimazione tra l’impresa e lo stesso, il successo aziendale potrebbe essere visto come una finalità intermedia. Nella teoria delle finalità imprenditoriali s’inserirebbe così l’aspirazione alla mobilità quale via per conquistare livelli superiori delle tre P. Ciò varrebbe soprattutto per manager operanti in imprese di piccole dimensioni.

Ecco le tre situazioni più rilevanti per la caratterizzazione della teoria sulle finalità imprenditoriali:
a) l’imprenditore visibile e strettamente integrato nell’impresa, a cui sembra potersi applicare la teoria del successo sociale;
b) l’imprenditore meno visibile e meno integrato, a cui appare meglio riferibile la teoria della massimizzazione del valore economico dell’impresa nel tempo lungo;
c) l’imprenditore delegato (manager), al quale può applicarsi la “teoria della mobilità”, in quanto spesso il successo dell’impresa deve, attraverso la mobilità, consentirgli l’affermazione sociale.

Al termine della disamina sulle teorie dell’impresa, si può concludere che non sempre la teoria del massimo profitto appare la più condivisibile nell’analisi del comportamento imprenditoriale a lungo termine: essa varia a seconda della natura dell’imprenditore e del contesto istituzionale.
Infine, è opportuno stabilire un’ultima distinzione tra il concetto di fini ed obiettivi, assegnando al primo un contenuto più ampio e generale del secondo. I fini sono cioè caratterizzati da alcuni attributi fondamentali, vale a dire generalità, universalità e permanenza nel tempo. Se, in altri termini, si assume che la massimizzazione del profitto è la finalità cui tende l’impresa, si accetta contemporaneamente che essa deve essere propria di tutte le imprese.
Per converso, un obiettivo va considerato come una meta particolare, fissata in certe circostanze e in rapporto a un periodo di tempo determinato. Esso è caratterizzata dalla mutevolezza nel tempo e nello spazio e risulta comunque subordinato alla finalità ultima perseguita.
di Domenico Valenza
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