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La teoria economica della massimizzazione del profitto

Secondo la teoria economica classica, il profitto è il compenso che spetta all’imprenditore per l’organizzazione dei fattori produttivi. Un’altra teoria considera il profitto come la quota destinata a ripagare il rischio corso nell’attività aziendale, come un premio per l’investimento del capitale.

Secondo l’impostazione schumpeteriana, il profitto è un premio che spetta a colui che promuove l’innovazione, tale da assicurare una condizione di vantaggio nei confronti della concorrenza. Un’ultima impostazione dottrinale tende a spiegarne l’origine in funzione dell’imperfezione del mercato, quale risultato dell’acquisizioni di posizioni monopolistiche rispetto agli altri produttori.

Queste quattro impostazioni concettuali, come accade sovente nei nostri studi, più che alternative risultano complementari, in quanto il profitto può essere in effetti considerato un’entità composita, in cui rientrano il compenso per il lavoro imprenditoriale, il premio per il rischio, la contropartita per l’innovazione e la rendita connessa con la posizione monopolistica.

Secondo la costruzione teorica classica, i comportamenti del gruppo imprenditoriali sarebbero orientati al conseguimento del più ampio divario positivo tra i ricavi e i costi di gestione: massimizzare il risultato reddituale ottenibile. Questa teoria sul piano pratico incontra dei limiti.
Anzitutto, la sua applicazione richiede la precisazione di alcune condizioni di tempo e di rischio. Ci si può chiedere se l’imprenditore voglia rendere massimo il profitto di uno o più esercizi, di una o più operazioni. Ancora: ci domandiamo se intende egli puntare al massimo profitto, sostenendo altresì il rischio più elevato circa il risultato dell’attività dell’impresa.

Il profitto è sicuramente un obiettivo di fondo da perseguire se si vuole assicurare la sopravvivenza e lo sviluppo dell’impresa, ma può in realtà essere considerato solo una delle possibili finalità.

E’ stato osservato che l’obiettivo del gruppo proprietario non è la massimizzazione del profitto, ma del cash-flow, cioè delle fonti di gestione, la sommatoria del reddito netto di esercizio e delle quote di ammortamento e accantonamento al netto degli usi. Questo perché la scelta della destinazione del cash flow scaturisce dalla volontà dello stesso gruppo proprietario di rafforzare la struttura patrimoniale dell’impresa o godere immediatamente dei frutti prodotti.

di Domenico Valenza
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