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La trasformazione del reclutamento militare nella città stato

Il reclutamento all’inizio provinciale, ebbe la rapida spontanea tendenza a diventare regionale e poi locale. Il fatto è che i soldati stessi erano i più persuasivi agenti del reclutamento. Mentre il soldato orientale tendeva spesso, una volta congedato a tornare nella sua città natale, dove talvolta si inseriva nella cerchia di magistrati e dei liturgi municipali, nell’occidente, che in origine aveva carattere più decisamente rurale, i campi militari propagarono in molti casi la civiltà urbana, e trattennero nelle proprie vicinanze i militari in congedo indipendentemente dall’esistenza di colonie e veterani ufficialmente istituite. La storiografia ha ampiamente sviluppato il tema del contributo del sodato romano alla diffusione dell’agricoltura sedentaria e dell’urbanizzazione, che sostiene lo sforzo della difesa militare propriamente detta con la sua opera di valorizzazione dei territori. Certo i soldati non venivano più dalla terra e non potevano nemmeno improvvisarsi coltivatori nel momento i cui veniva loro versato il premio di congedo, più spesso in terre che in denaro. Ma non per questo si affrettavano a rivendere i loro terreni: divenuti proprietari fondiari si trovavano collocati in un piano di parità con la classe media delle città provinciali, il cui tipo di ricchezza era analogo. Leggiamo i testamenti militari: soldati e veterani risultano possessori di schiavi. Leggiamo i contratti agrari: i soldati appaiono spesso come locatori di terre coltivabili. Non sono contadini ma riscuotono rendite fondiarie, e l’attestazione dei loro diritti di possesso sulle terre imperiali è ampiamente documentata. La regolarizzazione comportò a sua volta un radicamento del soldato che diveniva così meno disposto abbandonare il suo territorio. Anche se questo esercito è diventato permanente, professionale, provinciale, locale anche se la cittadinanza si è vuotata del suo contenuto politico, questi uomini mescolati non hanno mai avuto un comportamento da mercenari. Persino i racconti delle sollevazioni militari, ci mostrano che nella loro mente l’identificazione con le finalità collettive dell’Impero rimaneva forte. Il soldato accedeva ad un livello di conoscenza imperale che veniva alimentato da quei pilastri della religione militare ufficiale che erano Roma Eterna, la Vittoria Augusta, Giove Capitolino. I testi antichi non perdono occasione di dimostrare la separazione tra militari e civili imposta da Augusto: dallo stanziamento delle legioni alla periferia dell’Impero alla separazione dei posti per i soldati nei luoghi di spettacolo per la capitale. Prese alla lettera queste disposizioni avrebbero fatto del soldato un personaggio tenuto sempre a distanza, tagliato fuori dalla società civile per la gran parte della sua vita. La documentazione papirologica ci mostra più che altro soldati che vivono borghesemente all’interno di un legame stabile, spesso con figlie o sorelle di soldati come loro, e le iscrizioni confermano un’iscrizione generalizzata a condurre una vita familiare analoga a quella de civili. Essi recuperano nella pratica tutti i loro diritti di cittadini ai quali il divieto de matrimonio appariva una grave restrizione, giustificabile unicamente in quel diritto d’eccezione che è lo ius militare. La rivincita dei valori morali sulla norma conduce alla neutralizzazione del divieto e infine alla sua soppressione. A Roma infatti non vi può essere successo sociale senza la fondazione di un nucleo familiare rispettabile. Come i notabili o gli artigiani delle città i militari si fanno allora sempre più sesso rappresentare sui monumenti funerari con le loro famiglie rivendicando così un solido conformismo morale e sociale. Affermato fin dai tempi di Augusto il legame di appartenenza del soldato all’imperatore determina i suoi obblighi e privilegi. Il soldato considera tali privilegi come ricompensa per i suoi sacrifici personali. L’entità del prezzo da pagare procura qualche sollevo all’invidia dei civili e attenua la paura che il soldato ispira loro un sentimento di condiscende superiorità.

di Alessia Muliere
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