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Le conseguenze dell'editto di Nantes

Fu così imboccata una terza via, specificamente politica: l'editto di Nantes (1598) portò ad una conclusione temporanea del dissidio. Al cattolicesimo di tendenza gallicana fu confermata la posizione di religione ufficiale di stato, mentre ai protestanti si concedeva il diritto, sia pure con precise limitazioni all'esercizio di culto.
L'affermazione della sovranità politica sui problemi religiosi fu senza dubbio il risultato più importante delle lotte confessionali in Europa durante il 1500. Ciò non vuol dire che la religione esca fuori di scena, come testimonia la Guerra dei Trent'anni.
Un appunto finale sul discorso sullo stretto nesso tra etica protestante e spirito del capitalismo portato avanti da Max Weber. Secondo tale tesi la modernità economica degli stati navigatori, mercantili e, nel caso dell'Inghilterra, precocemente in via di industrializzazione, dell'Europa occidentale e del Nord – America, sarebbe dipesa da particolari influenze teologiche e politiche del protestantesimo nella sua forma calvinista.
Se siamo d'accordo che nel 1600 il protestantesimo era la religione progressista, rimane da scoprire perchè. I suddetti propagandisti non lo spiegarono e lasciarono la parola ai sociologi tedeschi che ne diedero varie interpretazioni: Secondo Marx il protestantesimo era l'ideologia del capitalismo, l'epifenomeno religioso di un fenomeno economico.
Secondo Max Weber era esattamente il contrario. Convinti che lo spirito segua la lettere era il capitalismo era il prodotto diretto della nuova etica protestante, non di marca luterana ma di marca calvinista. Weber fissa la data di nascita del capitalismo moderno nel 1600. non voleva dire che Calvino aveva propugnato il capitalismo né che gli insegnamenti calviniani sull'usura avessero esercitato qualche influenza sulla nascita del sistema capitalistico. Dice invece che nel 1600 era nata una nuova forma di capitalismo (perchè il capitalismo già esisteva nel Medioevo).
Il capitalismo primario era stimolato dall'amore del denaro e dell'arricchimento, mentre i nuovi sono votati alla loro missione, non sono spinti dall'amore per il denaro, anzi, l'accumulazione della ricchezza è un sottoprodotto casuale, quasi non voluto. I capitalisti calvinisti erano ispirati da una disciplina morale, un'ascesi mondana che li spingeva ad identificare la loro religione con il metodico adempimento della loro “vocazione”, ed incidentalmente ad accumulare ricchezza poi reinvestite in quella “vocazione” poiché rifuggivano ogni forma di sperpero, di lusso e di ambizione sociale. Questa vocazione era l'etica protestante, o meglio calvinista.
Secondo Weber il modello di calvinista non coincide con un credente osservante quanto con un tipo sociale. Per confermare la sua ipotesi dovremmo dunque trovare non tanto la fede religiosa quanto quel sedimento morale che essa lascia anche quando è scomparsa. Questo sedimento morale è l'ascesi mondana, dunque la vita frugale, il rifiuto di acquistare terre o titoli, disprezzo per il modo di vita feudale. Ma in realtà tutti i grandi capitalisti calvinisti vivevano sontuosamente.
Cosa mai li accomuna allora? A guardarli bene notiamo alcuni fatti evidenti.
- Buoni o cattivi calvinisti non operavano quasi mai nello Stato di Nascita. Olanda, Scozia, Ginevra e Palatinato, i quattro grandi centri di società calviniste, non produssero direttamente i loro uomini d'affari, che erano immigrati.
- Gli immigrati erano quasi tutti dei Paesi Bassi e forse erano calvinisti solo per il fatto che erano nati là.
- I fiamminghi crearono dunque la nuova ricchezza dell'Olanda e andarono in trasferta a formare l'élite degli uomini d'affatri calvinisti sparsi nel resto d'Europa.
Dovremmo dunque spostare il nostro metro di ricerca dalla confessione religiosa all'origine geografica. Noteremmo allora che la classe imprenditoriale delle nuove città capitalistiche è costituita da immigrati che provengono soprattutto da quattro zone:

- fiamminghi
- ebrei provenienti da Lisbona e Siviglia
- tedeschi meridionali
- italiani di Como, Locarno, Lucca e Milano.

di Gherardo Fabretti
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