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Le origini del pianoforte e la sua meccanica moderna

  
Nel primo capitolo Casella ricostruisce la storia del pianoforte, facendone affondare le origini non tanto, come è consuetudine, nel monocordo di Pitagora, quanto piuttosto nello strumento già conosciuto nell'antichità greca sotto il nome di sambyke, che altro non era che la antichissima sabekka o sambuka babilonese, in uso anche presso gli assiri.
Diffusosi poi particolarmente in epoca medievale, tale strumento assunse in Germania il nome di psalter (salterio). Quanto al numero delle corde fissatevi, esso era molto variabile, come documentato da Polluce di Naucrates, Praetorius, Atanasio Kircher.
Più controversa è la questione dell'applicazione a questo strumento di una tastiera: certamente dapprima essa fu impiegata nell'organo (come dimostra lo stesso termine latino clavis, chiave, che designava una specie di valvola, manovrata a mano mediante una leva che prese più tardi la forma di tasto) e solo successivamente a suddetti strumenti a corde, con lo scopo di rendere il tocco delle note più sicuro e regolare e fissare la loro intonazione. Dal salterio discesero poi tutti gli strumenti a corda e a tastiera dai quali derivò il pianoforte, e cioè spinetta, virginale, timpanon, clavicordo, clavicembalo. Quindi l'autore passa ad elencare le varie caratteristiche di questi strumenti, mettendone in evidenza le relative differenze e le eventuali mancanze, che portarono il cembalaro Bartolomeo Cristofori al tentativo di riunire in un solo strumento i pregi del clavicordo (le maggiori possibilità espressive e dinamiche) e del clavicembalo (la maggiore sonorità e le possibilità virtuosistiche).
L'invenzione, battezzata da Cristofori gravicembalo col piano e forte, venne rivelata al mondo da un articolo pubblicato nel 1711 da Scipione Maffei, ma più verosimilmente risale ad alcuni anni prima, essendo l'anno 1702 la data recata insieme allo stemma di Ferdinando de' Medici su quello che è considerato il primo pianoforte, conservato alla Michigan University di Ann Arbor. Il particolare più geniale dell'invenzione del padovano consisteva nel cosiddetto "scappamento", che permetteva al martelletto di essere indipendente dal tasto e di abbandonare pertanto la corda subito dopo averla toccata.
Nel frattempo l'invenzione del pianoforte fu rivendicata anche da alcuni tedeschi, come Schroeter e soprattutto Silbermann, il quale aveva certamente letto la traduzione tedesca dell'articolo di Maffei e che intorno al 1733 sottopose alcuni suoi strumenti al giudizio di Bach, che inizialmente non fu positivo, mutandosi poi nel 1747. Forte del suo successo, Silbermann fondò la prima fabbrica di pianoforti, che lasciò successivamente ai suoi discepoli Zumpe e Stein. Il primo, emigrato a Londra, creò la cosiddetta meccanica "inglese"; negli stessi anni l'Inghilterra vide anche la nascita della fabbrica Broadwood. La figlia di Stein, invece, sposò il musicista Streicher e fondò una fabbrica a Vienna, creando la meccanica che prese poi il nome appunto di "viennese". All'Italia spettò anche l'invenzione del pianoforte verticale ad opera di Domenico Del Mela (1739), tentativo rimasto isolato fino al 1800, quando l'americano Hawkins costruì a Londra il suo Portable Grand Pianoforte. Intanto in Francia Erhard brevettava nel 1823 una sostanziale innovazione: il "doppio scappamento", che facendo rimbalzare il martelletto nella sua fase di ritorno al punto di partenza lo tratteneva a metà strada, alleggerendo così la tastiera e rendendo possibile la ripetizione a grande velocità di una stessa nota. Il numero sempre crescente delle corde, la loro lunghezza e il diametro sempre maggiori posero il problema dell'irrobustimento del telaio, problema poi gradualmente risolto dalle case Broadwood ma soprattutto Steinway, che brevettò nel 1872 un telaio in un solo pezzo d'acciaio.
  
Il secondo capitolo è dedicato alla costruzione del pianoforte e alla descrizione delle sue varie componenti, con una analisi dettagliata dei diversi tipi di meccanica, supportata dai relativi diagrammi.

di Anna Romano
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