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Le pene inflitte nell'antica Roma

Altre pene: la precipitazione dalla rupe Tarpeia, il dirupo meridionale del colle capitolino, è una delle pene più antiche, già menzionata nelle 12 tavole che la prescriveva per gli schiavi colpevoli di furto o per i rei di falsa testimonianza; in carcere si poteva morire per fame o per suicidio, ma per lo più i condannati vi perivano per strangolamento o soffocamento ad opera del carnefix. Una morta senza effusione di sangue è l’esecuzione riservata alle donne; poiché un’antica tradizione non consentiva che le vergini fossero strangolate, esse erano prima violentate dal carnefice, quindi uccise. In età molto antica la forma più corrente di esecuzione è rappresentata dalla decapitazione mediante scure, poi sostituita dalla spada. La pena dell’ignis, cioè della vivicombustione o cremazione, era anch’essa già presente nelle leggi delle 12 tavole, che le riservava per omologia agli incendiari. Venne poi comminata ad altri delitti; il gusto del supplizio come spettacolo la rivestirà poi di elementi mitologici e scenografici di vario genere. Impalamento, crocifissione, strangolamento al palo: il patibulum era una barra di legno posta orizzontalmente dietro il capo del condannato, all’estremità della quale venivano fissati i polsi. Esso serviva dunque a tenere allargate le braccia durante la fustigazione e poteva essere appoggiato a due pali infissi verticalmente sul suolo. La croce quale noi oggi la intendiamo nacque in un secondo momento, quando alla fustigazione fece seguito l’esposizione del condannato; il patibulum dunque era fissato ad un palo verticale fissato al terreno, venendo così a costituire il braccio orizzontale della croce. Per quanto concerne la crocefissione vera e propria, la parte superiore del corpo era tenuta aderente al braccio orizzontale della croce mediante chiodi infissi negli avanbracci, presso i polsi; un solo chiodo serviva invece a trattenere  entrambe i piedi, sovrapposti; poteva venire eseguita la pratica del crurifragium, cioè la frattura delle ossa lunghe delle gambe, che può abbreviare il tormento del condannato accelerandone la morte, per il mancato sostegno degli arti inferiori che crea un subitaneo distendersi del corpo verso il basso. In tal modo l’escursione respiratoria della gabbia toracica, già gravemente ridotta, viene quasi del tutto abolita, e la morte sopravviene in breve tempo per insufficienza respiratoria. Gli studi sulla crocefissione hanno accertato che questo supplizio è un’invenzione romana che risale al tempo delle guerre puniche, riservata gli schiavi e
ai briganti. La damnatio ad bestias: cioè la condanna alle fiere. La prima menzione di questa condanna si riferisce al 167 a.C.: dopo la vittoria su Perseo, Lucio Emilio Paolo fece schiacciare da elefanti i disertori dell’esercito romano appartenenti a nazioni straniere. Torture non mortali: non tutti i supplizi avevano esito mortale: a volte si trattava di sanzioni leggere o della tortura (flagellazione, cavalletto – struttura creata per stirare e sconnettere le membra -, ustione con lame roventi) normalmente applicata agli schiavi nel corso degli interrogatori, la quaestio per tormenta (che non poteva essere applicata nei confronti dei cittadini liberi); in alcuni casi la morte poteva tuttavia avvenire per una scarsa resistenza dell’individuo, non prevedibile. La disciplina in guerra: ancor più duri divenivano gli strumenti di repressione in tempo di guerra: defezione, decapitazione, crocifissione, lapidazione, erano le pene che toccavano i disertori o i generali accusati di aver condotto la guerra con piani sbagliati, anche se infine vincitori (vittoria che veniva attribuita all’aiuto degli dei).
I supplizi nel tardo impero: si nota rispetto alla tarda antichità, un profondo mutamento: scompaiono le condanne alla forca, alla crocifissione e ad bestais, rimane quella al rogo; la legislazione penale non diviene per questo più mite, anzi; inoltre si accresce incessantemente il numero dei crimini repressi mediante i summa supplicia.


di Alessia Muliere
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