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Le riforme della Chiesa tra i secoli XIV e XV

Molti sono gli appelli alla riforma della Chiesa avvenuti tra i secoli XIV e XV. I primi segnali si trovano già nei Concili Laterano III e IV; in quest’ultimo, del 1213, venne lanciato da Innocenzo III un appello alla riforma universale che non si poteva aggiornare senza correre un grave e immenso pericolo. Uno dei primi appelli ufficiali è il Concilio di Vienna del 1308; la riforma gregoriana si era conclusa nel XIII secolo, Papa Bonifacio VIII mirava a impostare la superiorità pontificia sul mondo e sul re di Francia Filippo il Bello; ma le cose non vanno così tanto che per circa un secolo il papato si troverà in esilio ad Avignone. È dunque nel contesto di umiliazione del Soglio Pontificio che Clemente V convoca il concilio di Vienna ed emana un bolla, la Regnans in excelsis, dove fa appello a un esame di coscienza della cristianità. È necessario riformare la chiesa nei due livelli che la costituiscono: la gerarchia e il popolo, i chierici e i laici. È noto che una delle crisi più profonde del papato inizia nel 1378, dopo il ritorno del papa a Roma. È il grande Scisma d’Occidente, che lacera la Chiesa latina per quasi 40 anni. In questo contesto importanza notevole assume il giudizio di Santa Caterina da Siena; benché sia assolutamente convinta della legittimità del papa a Roma, la terziaria domenicana sostiene la necessità di una riforma della Chiesa, che deve includere quella dei frati predicatori, da lei affidati al suo discepolo Raimondo da Capua. Impone a Raimondo di trascrivere il suo sdegno per l’aspetto della sposa tutta smembrata, alle cui membra putride e malate l’eterna bontà di Dio saprà restituire la salute e il profumo delle virtù. Lei verrà sostenuta dai veri servitori di Dio, amanti della verità e operanti con molte fatiche, fino a gioire della riforma di quella dolce sposa. Nel Dialogo al capitolo 15 lei chiede a Dio di riformare la sua chiesa; vi sono invettive contro la chiesa e il mondo cristiano in diversi capitoli, vi si delineano e si distinguono le due vie tradizionali della riforma della Chiesa: la prima è quella istituzionale del Concilio, la seconda è la via mistica della preghiera, della santità e del sacrificio. Esse continueranno ad essere invocate nel Quattrocento, che le arricchirà a sua volta di nuovi elementi. In questo modo la via del Concilio, che a Costanza è effettivamente riuscito a ristabilire l’unità della tunica senza cuciture della Chiesa latina, assume i colori dell’ecclesiologia conciliaristaca. Soprattutto a Basilea il concilio assumerà incessantemente nei confronti del papa un atteggiamento di rivalità, se non di opposizione. Il conflitto ecclesiologico sarà sicuramente un ostacolo per le capacità riformistiche della Chiesa. Alla fine del secolo, la via mistica è proposta ad es., dal Savonarola, il suo desiderio è quello di estendere la riforma del suo convento domenicano di S. Marco a Firenze, a tutta la Chiesa. Il movimento concentrico intende essere religioso, poiché parte dalla constatazione che vi sia un’unica capacità di fondo del papato, emblematicamente rappresentato dal suo contemporaneo Alessandro VI Borgia, di riformare se stesso. Ma la riforma del Savonarola è troppo viziata dal sogno di un regno terrestre di Cristo, troppo dipendente da una prospettiva apocalittica, troppo fondata su contingenze politiche. Di conseguenza l’idea di una riforma, che continua ad essere attuale, si scontra con precedenti ritenuti pericolosi, con perplessità implicite ma non per questo meno forti. Il concilio Laterano V è rappresentativo di questa riforma, sempre declamata ma mai messa in atto con l’energia necessaria al suo successo.
di Alessia Muliere
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