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Libertà del medico e libertà del malato

Il malato, per il solo fatto di essere tale, non cessa mai di essere persona libera; perciò la libertà del medico deve sapersi sempre confrontare ed equilibrare con quella del malato.
Questi è libero di autodeterminarsi e di scegliere, previa adeguata informazione sulle proprie condizioni, le cure che gli sono state proposte.
La libertà della persona assistita non deve mai essere coartata o limitata dall’iniziativa autonoma del sanitario: questi nella sua libertà di giudizio può consigliare, ma non pretendere che il malato si serva di determinati presidi, istituti o luoghi di cura.
La stessa discrezionalità del professionista va intesa nel senso che egli pure essendo libro di adottare i mezzi e i procedimenti tecnici che ritiene più opportuni e idonei al caso concreto, non può intraprendere alcuna attività diagnostico-terapeutica senza il valido consenso del paziente.
Ogni quesito specifico posto dal paziente deve essere accolto e soddisfatto con chiarezza.
Fare il bene del malato deve esprimere l’alleanza partecipe e intelligente del medico alla volontà di guarire dell’assistito.
Da ciò soprattutto derivano:
1. la necessità di una adeguata informazione preliminare, così da rendere il malato stesso sempre partecipe e protagonista del processo diagnostico e terapeutico;
2. il divieto di ricorrere a terapie scientificamente infondate oppure atte solo a suscitare illusorie speranze;
3. il divieto di ricorrere a terapie nuove o rischiose, a meno che non si tratti di sperimentazione clinica;
4. la libertà del medico deve trovare infine un limite preciso nel divieto di ricorrere al cosiddetto accanimento diagnostico-terapeutico consistente nell’irragionevole ostinazione in trattamenti inutili, da cui non possa fondatamente attendersi alcun beneficio sostanziale.

di Stefano Civitelli
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