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Lo status system preindustriale

È chiaro che tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. Già nel 1613 Charles Loyseau parlava di questi ceti in un trattato ma ci rende conto che tale costruzione sociologica, valida a livello giuridico, aveva qualche senso solo politicamente, magari negli Stati Generali di Parigi, ma nelle province esso era già uno strumento sociologico inadeguato. Ogni ordine era infatti a sua volta suddiviso in vari livelli e solo l'ordine di appartenenza stabiliva premi e punizioni: non era la stessa cosa appartenere al clero come cardinale o come parroco; non era la stessa cosa per un nobile appartenere ad una famiglia vicina a quella che comandava o no, o avere acquisito un titolo secolare per diritto o per mero acquisto; nel terzo stato il contadino stava sopra l'artigiano, il proprietario di un paio di iugeri di terra sopra l'enfiteuta e il fittavolo, il manovale sopra il vagabondo.
Una linea di demarcazione importante era il discrimine tra chi compiva lavori manuali e chi invece svolgeva lavori intellettuali e di cultura: chi dipendeva dal lavoro delle proprie mani era legato al proprio status, senza possibilità di emanciparsi. Lo status system però non era propenso alla mobilità nemmeno agli alti livelli. I suoi tratti essenziali erano la continuità, la stabilità, l'immutabilità. Del resto se la parola che emerge continuamente dalle fonti storiche è status (o state, stato, estat, stand) che fa il paio con statico, un motivo ci sarà. La posizione dell'individuo era qualcosa di preordinato.
In un'ottica attuale, vale a dire dopo lo sconvolgimento dello status system preindustriale, iniziato alla fine del 1700, il giudizio su di esso è mutato in altri termini. Lo storico inglese Lawrence Stone ha giustamente parlato di ordinamento sociale rurale semplice, sottolineando come la sua apparenza immutabile corrispondeva ad un certo livello di sviluppo delle società europee, ed era soggetto a trasformazione e mutamento. Il concetto di ruralità è importante. Furono le professioni e i ceti delle società rurali, comprese le arti e i mestieri cittadini tradizionali, a conferire allo status system la sua fisionomia. Per comprendere il fenomeno è sufficiente ricordare i temi trattati nei capitoli precedenti: un mondo che attribuiva maggiore importanza al risparmio e alla tesaurizzazione, rispetto all'investimento, che adeguava le dimensioni della popolazione sulla base delle risorse disponibili, dove l'idea del consumo era nettamente superiore a quella della produzione, la formazione di ceti chiusi era un fenomeno fisiologico.
Max Weber ha contribuito a comprendere in modo adeguato il fenomeno, speigando come la formazione di classi e di ceti non fossero sviluppi alternativi ma sovrapposti in ogni società. La stratificazione di classe domina là dove l'attività di mercato (cioè l'acquisto e la distribuzione di beni) è abbastanza grande da consentire che sulla sua base si costituisca una identità sociale tra singoli componenti della società.
Lo sviluppo di ceto ha luogo, viceversa, quando manca o è insufficiente tale premessa e la conseguente tendenza a rendere esclusivo lo status, a monopolizzare beni materiali e ideali, ha l'effetto di ostacolare eventuali inizi della formazione di classi. Ciò non significa che l'aspetto economico non abbia la sua parte nella conservazione e formazione dello status, anzi non potremmo mai immaginare il consolidarsi di un ordinamento di ceto senza l'influenza attiva di rapporti di proprietà e di rendita. Le società europee si mostravano di ceto perché il processo di monopolizzazione non restava assolutamente limitato alle pure condizioni di proprietà e patrimoniali ma comprendeva una lunga serie di chances e beni materiali e ideali, in cui trovano espressione l'esclusività e l'ordine gerarchico di ceto. I nobili, ad esempio erano esenti dal fisco e dal lavoro materiale, le loro proprietà fondiarie erano escluse dal traffico di mercato.

di Gherardo Fabretti
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