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MSI-PMI nelle elezioni politiche italiane del 1953

Le elezioni politiche del 1953 furono fondamentali per dare slancio alla destra italiana.
Prima della campagna elettorale, anche la destra come molti altri partiti si schierarono contro quella che consideravano la “legge truffa”. La Democrazia Cristiana propose una legge elettorale per cui la coalizione che avrebbe ottenuto il 50% più 1 alle elezioni, avrebbe avuto diritto all’assegnazione del 65% dei seggi di Camera e Senato. Il 65% non era una soglia qualsiasi.
Era la percentuale da raggiungere per modificare la Costituzione “a colpi di maggioranza”, senza la necessità di ricorrere al Referendum popolare previsto per le proposte di modifica della Carta.
Le possibilità che la DC raggiungesse il 65 % alle elezioni erano alte.
Così il MSI e il PMI si schierarono apertamente contro (in compagnia di altri) questa nuova legge elettorale, cercando di sfruttare l’onda emotiva di parte della popolazione, che sentiva come un’ingiustizia e un pericolo la possibilità di metter mano così facilmente alla Legge Fondamentale dello Stato. Ebbene MSI e PMI ottennero complessivamente il 13% dei voti, rispettivamente il 5.8% e il 6.9%. Il più alto risultato di sempre, relativo al periodo qui analizzato, 1946-1963.
A questo punto il Presidente del movimento monarchico Achille Lauro, si chiese cosa avrebbe potuto fare per incrementare ulteriormente i consensi. Lauro intravide grandi possibilità di crescita del suo movimento, puntando a diventare un partito moderato, sul modello dei conservatori inglesi, una “Grande Destra” capace di abbracciare istanze sociali più ampie.
Le reazioni non furono entusiasmanti, e Lauro finì con lo stringere un accordo con la DC per far convogliare il proprio controllo di voti e clientele al sud, nelle maglie del grande partito centrista. Lauro indebolì i tratti del Partito Monarchico come partito di Destra, rafforzò il Centro e provocò il malcontento della fazione guidata da Covelli, che si separò dal movimento per fondare il PMP.
La seguente scissione dal MSI fu una conseguenza naturale.
Nello stesso periodo, il MSI cambiò guida e passò nelle mani di Michelini, “parlamentarista” convinto, al contrario del “movimentista” Almirante.
In poche parole, Michelini aveva un solo obiettivo da raggiungere durante il suo mandato: ottenere quella “legittimazione democratica” che avrebbe potuto permettere al MSI di entrare a far parte di futuri governi. Evidentemente, la ferita dell’esclusione dalla Costituente era ancora aperta.
I valori a cui si rifaceva il MSI erano diventati la legalità, l’ordine e l’anticomunismo.
Il metodo per entrare in contatto e stabilire rapporti con le forze di governo fu all’inizio subdolo, ma forse obbligato: votare la fiducia “non richiesta” a governi in crisi, fare da stampella e reggere l’urto provocato dai Franchi Tiratori interni alla maggioranza.

I tempi non erano ancora maturi affinchè la DC potesse accettare l’aiuto dei neofascisti, perciò per ben tre volte si dimisero Presidenti del Consiglio nominati dalla Democrazia Cristiana, ma appoggiati anche dagli “impresentabili” missini.
di Nicola Di Turi
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