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Marbury V. Madison: il controllo giurisdizionale di costituzionalità delle leggi

Il potere di giudicare della legittimità costituzionale delle leggi federali e statali, ossia il potere di judical review esercitato dalle corti americane, cui si è più volte accennato, non è previsto espressamente dalla Costituzione, ma è affermato dal Chief Justice Marshall nella più famosa e citata sentenza della storia del diritto americano: Marbury v. Madison del 1803.
E’ utile ripercorrere sommariamente i fatti del caso.
Marbury viene nominato giudice di pace dal presidente federalista Adams, poche ore prima che scada il suo mandato.
Madison, funzionario della nuova amministrazione Jefferson (anti-federalista), non completa la procedura di notificazione dell’incarico a Marbury, profittando del fatto che, nella fretta degli ultimi giorni di gestione del potere, l’amministrazione Adams non ha fatto in tempo a portarla a termine.
Marbury, considerando la notifica un atto dovuto, agisce in giudizio presso la Corte Suprema, presieduta tra l’altro da Marshall (appartenente al suo stesso partito), per obbligare Madison a notificargli la nomina.
La Corte Suprema è all’epoca un organo ancora piuttosto debole, e si trova dunque tra la scelta di accogliere la domanda del ricorrente rischiando di apparire schierata con l’opposizione, e rischiando quindi di aprire un contrasto istituzionale, e la scelta di respingere la domanda apparendo tuttavia ubbidiente al volere del Governo.
Il giudice Marshall nega il rimedio ponendo la questione del rapporto fra il Judiciary Act e la Costituzione: concludendo che la disposizione del primo (che conferisce a Marbury il diritto di accesso alla Corte Suprema) è incompatibile con la distinzione tra la competenza in primo grado e in grado di impugnazione prevista dalla seconda.
L’art. III della Costituzione elenca infatti esplicitamente i casi in cui la Corte Suprema è competente in primo grado, ed essendo chiaro che il caso di Marbury non rientra tra questi, poiché egli non è un ambasciatore né un rappresentante diplomatico né un console, la legge votata dal Congresso non può consentirgli di adire direttamente la massima istanza federale.
Marshall giunge alla conclusione che: “o la Costituzione è superiore ad ogni atto legislativo non conforme ad essa, o il potere legislativo può modificare la Costituzione con una legge ordinaria”.
E qui risiede gran parte del significato della “concretezza” del modello diffuso, per cui il giudizio sulla legittimità costituzionale di una legge è strettamente funzionale alla soluzione di una controversia reale ed effettiva.
Il modello di controllo di costituzionalità delle leggi americano, individuato da Marshall in Marbury v. Madison è comunemente definito diffuso, poiché non esiste un giudice costituzionale ad hoc, ma è svolto da tutti i giudici ordinari nel momento in cui devono risolvere una controversia concreta.
Si è tuttavia aggiunto che per il buon funzionamento di questo sistema, è importante la presenza della regola stare decisis.
E’ utile fare un esempio che spieghi l’importanza di tale rapporto.
E’ possibile l’ipotesi in cui la corte federale d’appello di un determinato circuito disapplichi, ritenendola costituzionalmente invalida, una legge federale: tale decisione vincolerà tutte le corti distrettuali presenti nel circuito.
La medesima legge può tuttavia essere applicata dalla corte d’appello di un diverso circuito.
Ciò è possibile poiché l’operatività orizzontale (ossia tra corti di pari grado) della regola del precedente è piuttosto debole.
Tuttavia, trattandosi di una questione di costituzionalità, questa non solo giungerà, tramite il sistema delle impugnazioni, dinnanzi alla Corte Suprema, ma verrà da questa risolta e tale decisione vincolerà tutti i giudici inferiori, comprese le corti d’appello che hanno deciso in modo tra loro difforme.
di Stefano Civitelli
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