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Modelli causalisti

Sono un insieme di teorie che hanno in comune l'idea che la cultura in generale e nelle sue diverse componenti (valori, norme, credenze) sia direttamente causata da processi che sfuggono alla coscienza degli individui che a quella cultura aderiscono. A seconda delle discipline e degli autori, queste cause possono essere di tipo biologico, psichico, economico o sociale. Di conseguenza se vogliamo capire perché una norma, un valore, una credenza o un insieme di questi emerge, non dobbiamo rifarci al significato che essi hanno per il soggetto che a essi aderisce, perché le forze psichiche, sociali, ecc., operano alle spalle del soggetto, sfuggono alla sua coscienza e sono indipendenti dalla sua volontà; per questo motivo le ragioni adottate dai soggetti non sono prese in considerazione o vengono considerate delle illusioni. Il causalismo ha ispirato l'opera di importanti autori dell'800 e dei primi decenni del 900, come Marx, Freud, Durkheim e Pareto.
Pareto attribuisce l'origine di valori e credenze a cause psichiche, li chiama deviazioni, ritenendoli una sorta di razionalizzazione a posteriori di stati affettivi e sentimenti.
Marx e Durkheim hanno sostenuto la rilevanza di cause sociali. Marx esprime il ruolo dei fattori sociali con la metafora architettonica della sottostruttura, definita dai rapporti di produzione, che causa, genera, una sovrastruttura morale, estetica, giuridica che la rispecchia. Anche Durkheim, utilizza modelli causali per spiegare l'emergere delle rappresentazioni collettive, sostenendo che vi sia una relazione causale tra l'ordine sociale e l'ordine concettuale. Un esempio di questo tipo è l'affermazione che il concetto circolare di spazio delle società tribali dell'Australia e del Nord America sia causato dall'organizzazione a cerchio dell'accampamento tribale.
Molte ricerche in ambito sociologico antropologico hanno utilizzato questi modelli, definendo in alcuni casi una vera e propria svolta in particolari ambiti di studio. È il caso del "programma forte" di sociologia della conoscenza, elaborato dai sociologi Bloor (1976) e Barnes (1974), secondo cui le conquiste delle scienze naturali fanno parte della cultura e possono essere ricondotte a dimensioni sociali. Il programma forte sostiene che gli stessi contenuti e le stesse procedure della scienza, siano condizionate da fattori sociali. Questo indirizzo teorico ha contribuito al recente sviluppo e affermazione della sociologia della scienza come disciplina autonoma.
Dagli anni 60 è nata negli Stati Uniti una prospettiva originale di studio che si autodefinisce "produzione di cultura". Questa sostiene la tesi che siano gli aspetti istituzionali e organizzativi, rilevabili nella contemporanea industria culturale, a condizionare il contenuto dei prodotti culturali. Tra i fattori sociali viene quindi data una particolare considerazione alla struttura dei mercati, ai meccanismi di accesso a specifici campi culturali, alle catene decisionali in base alle quali si arriva al prodotto finito e ai modi in cui sono strutturate le carriere artistiche professionali. La novità di quest'approccio non consiste solo nell'importanza attribuita alle basi istituzionali della cultura, ma anche nel focalizzarsi sugli oggetti culturali, come i libri,, cerimonie religiose, che di volta in volta danno espressione concreta a norme, valori, credenze, ossia agli elementi della cultura (Peterson,1994). Questo approccio tende però a trascurare il significato attribuito ai simboli culturali; i prodotti culturali, inoltre, sono il risultato di conseguenze non intenzionale dell'attività produttiva, piuttosto che il risultato intenzionale dei produttori. La cultura emerge, in questo senso, dalla somma di tanti comportamenti organizzativi. A questa prospettiva è stata rivolta la critica che studiare la produzione di oggetti culturali significhi solo affrontare un aspetto della cultura, ma non la cultura in quanto tale.
di Manuela Floris
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