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Modi di dire, frasi fatte, proverbi, collocazioni ristrette nei dizionari

I dizionari monolingui italiani si stanno evolvendo verso una descrizione della grammatica non solo dei verbi, ma anche degli altri elementi strutturali; soprattutto nella didattica dell’italiano a stranieri già da tempo c’è chi suggerisce di insegnare una parola con la preposizione di cui ha bisogno o, nel caso di sostantivi con terminazioni ambigue, con l’articolo che ne riveli il genere (il sisma).

Il dizionario che più ha sancito l’ingresso delle valenze nella didattica è il Sabatini-Coletti. In esso le voci dei verbi evidenziano il rapporto tra verbo e suoi argomenti, ossia i complementi necessari per la formazione di una frase minima di senso compiuto intorno a quel verbo.

Da sempre sfoggiare un proverbio è un espediente per cavarsela ricorrendo alla vox populi, o per creare complicità con l’ascoltatore. Vi sono dizionari appositi (Lapucci 1971, Pittano 1992) che raccolgono frasi fatte e modi di dire. I dizionari monolingue hanno elenchi di proverbi e i bilingui talvolta provano a fornire degli equivalenti, altre volte s’arrendono e li spiegano soltanto.

Una novità è l’attenzione riservata alle collocazioni ristrette, impossibili da tradurre letteralmente in un’altra lingua. Sono collocazioni ristrette le formule di augurio e di saluto. Uno scapolo che non vuole sposarsi è in italiano uno scapolo incallito, in francese un célibataire indurci (indurito).
Le collocazioni sono formate da Verbo + Nome (pronunciare i voti), da Nome + Verbo (la mente vacilla), da Nome + Aggettivo (piatto freddo), Verbo + Avverbio (pagare profumatamente). Possono considerarsi alla stregua di collocazioni anche espressioni con quantificatori molto specifici come un pizzico di sale, uno spicchio d’aglio, una risma di carta. Le collocazioni sono emerse anche dalle concordanze estratte da corpora elettronici.

di Domenico Valenza
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