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Orrorismo suicida

Fra i molti problemi lessicali che riguardano il dibattito attuale sul terrorismo, ce n’è uno particolarmente curioso. Per indicare il fenomeno degli attentatori che portano sul loro corpo l’esplosivo facendolo detonare fra la folla, le lingue europee fanno scelte terminologiche diverse. In italiano, per esempio, mutuando il vocabolo giapponese che indicava una delle squadre dei piloti suicidi nell’ultima fase della Seconda guerra mondiale, si propende per il termine kamikaze. La lingua inglese preferisce invece l’espressione suicide bombers oppure hody bonzhers. Che la scelta italiana sia scorretta è evidente. Essa finisce però per sollevare questioni interessanti.
Un confronto fra i kamikaze giapponesi e gli attuali attentatori suicidi di matrice islamica conduce infatti a risultati degni di nota. Uno di questi consegue alla semplice constatazione che il vocabolario occidentale: accoglie sin dall’inizio, già al tempo degli eventi, il termine kamikaze con cui i piloti nipponici denotavano se stessi, ma si mostra oggi impermeabile ai termine shahid con il quale gli attentatori suicidi di matrice islamica si autonominano. Nei primo caso c’è un’incorporazione repentina, nel secondo un rifiuto che a tutt’oggi perdura. Come se il significato positivo di ambedue i termini per coloro che in essi identificano il loro atto suicida fosse inaccettabile, da parte del vocabolario occidentale, solo nel caso degli shahid.
I kamikaze della Seconda guerra mondiale non sono martiri religiosi, bensì eroi nazionali. Nel contesto del Giappone del ‘44, il kamikaze è un guerriero leale che, suicidandosi per la salvezza della patria, muore con onore.
Shahid è invece un termine che allude inequivocabilmente a un orizzonte religioso. Esso denota, nella lingua araba, sia il “martirio” che la “testimonianza” e, più in dettaglio, indica colui che testimonia la propria fede religiosa anche mediante il sacrificio della propria vita. Il Corano, come avviene nelle altre religioni monoteistiche abramite, condanna all’inferno chi si uccide di propria mano.
Lo sviluppo della dottrina chiamata a legittimare in termini religiosi il martire-suicida, oltre a dover operare a ridosso degli eventi, passi soprattutto attraverso il recupero di una concezione del jihad — inteso nel senso ristretto di “guerra santa” — dove l’insistenza sul sacrificio della vita da parte di coloro che, combattendo gli infedeli, testimoniano della loro fede, assume accenti sempre più violenti.
Suicidi-omicidi erano, ovviamente, anche i kamikaze della Seconda guerra mondiale che si abbattevano sulle navi nemiche. C’è però una differenza. Al contrario della maggior parte degli shahid odierni, il loro bersaglio non era dunque costituito da vittime inermi.
di Anna Bosetti
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