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Osservazioni generali sullo studio del repertorio pianistico

 
Casella conclude il sesto capitolo con alcune osservazioni generali: ripercorre l'evoluzione storica della tecnica pianistica, da quella clavicembalistica circoscritta al semplice lavoro del dito, attraverso quella di Clementi, padre del moderno pianismo, che comprende l'impiego del polso e dell'avambraccio, per arrivare a Chopin e soprattutto a Liszt, con il quale entra in gioco l'azione della spalla. Fornisce quindi un elenco in ordine cronologico dei compositori da affrontare gradualmente nello studio del pianoforte, raccomandando di evitare di suonare "della musica brutta" (tacendo però i parametri in base ai quali egli ritiene di poter identificare come tale una musica). A questo punto Casella afferma qualcosa che personalmente ritengo priva di qualsiasi possibile giustificazione: attraverso un esempio tratto da un passo degli Studi Sinfonici di Schumann, egli dimostra come sia possibile "semplificare" alcune difficoltà tecniche mediante l'eliminazione "senza scrupolo alcuno" di alcune note, sebbene scritte dallo stesso compositore. Infine egli sottolinea l'importanza della memoria (alla stregua di Leimer) nonché alcune cattive abitudini da evitarsi (far suonare la mano sinistra leggermente prima della destra, fare smorfie col viso, mugolare o cantare durante l'esecuzione) e conclude con il famoso dodecalogo di Busoni.
di Anna Romano
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