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Per una storia del terrore

Lo stato di natura si presenta come una situazione che appartiene perciò all’ordine della paura. Lo Stato nasce precisamente per uscire da questa situazione insopportabile e controproducente.
La coppia oppositiva fra terrorismo di Stato e terrorismo contro lo Stato potrebbe funzionare come una griglia minima per semplificare un discorso. Cominciando dal terrorismo di Stato, si deve innanzitutto registrare che molti studi specialistici mostrano una certa resistenza ad adottare questa denominazione, preferendo parlare di “terrore di Stato” o “regime terroristico”.
Il terrore messo all’opera consiste qui, da un lato, nella riduzione di tutti i cittadini inermi a vittime potenziali e, dall’altro, in un sistema di controllo che li costringe alla delazione reciproca, se non, attraverso perversi meccanismi ideologici, all’auto-denuncia.
Il terrorismo contro lo Stato, altra categoria discutibile, nonché estremamente articolata al suo interno, che qui, com’è evidente, ambisce solo a indicare la differenza elementare fra un uso del terrore adottato da chi sta ai vertici del potere istituzionale ovvero da entità pubbliche formali, e uno che ha invece come attori individui o gruppi, in genere clandestini, che puntano al crollo della forma politica vigente.
Non è un caso che il terrorismo contro lo Stato si incroci frequentemente, e vada a volte a coincidere, col terrorismo rivoluzionario. Quest’ultimo, anzi, sembra poter contare su una strutturale bivalenza che, oltre a consentirgli di ispirare le azioni dei gruppi terroristici che attaccano lo Stato, lo vede anche come fase iniziale dei processi che portano all’instaurazione di un regime terroristico statuale.
Al contrario dei regimi totalitari, il terrorismo contro lo Stato, tanto più quando si incroci col terrorismo rivoluzionario, non può tuttavia in genere contare sui mezzi convenzionali di propaganda e sulla macchina ufficiale di indottrinamento ideologico.
Solo il terrorismo odierno giunge a perfezionare il modello di una violenza indiscriminata e globale dove i tutti da sterminare sono riassunti nel qualsiasi della vittima casuale.
Nella sua figura generale il terrorista semina il terrore ma se ne tiene al riparo. Non è la sua propria morte bensì quella degli altri a essere in gioco nell’atto puntuale del suo ricorso al terrore.
Vincere la paura della morte, “equivale a vincere ogni altro terrore”.
di Anna Bosetti
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