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Quando la bomba è un corpo di donna

Riconoscere il volto femminile dell’orrorismo odierno è un’impresa difficile perché troppo dolorosa.
Le autrici tendono a simpatizzare con le protagoniste della loro indagine. “Simpatizzare” va qui, naturalmente, inteso nella sua accezione etimologica di sun-pathein: patire, o soffrire, insieme: con-patire. La tesi di fondo è che le shahid non agiscano di propria iniziativa bensì siano vittime di una manipolazione da parte di uomini violenti che, sfruttando il ruolo subordinato delle donne nella società islamica, le usano come pedine.
Quando il carnefice è una donna, e tanto più una madre dalla quale ci si aspetterebbe la cura, tale scena si fa però più intensa e più vicina al nucleo essenziale dell’orrore. Il corpo femminile che esplode per dilaniare corpi innocenti è, simbolicamente, sempre un corpo materno.
di Anna Bosetti
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