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Rapporto medico-assistito e facoltà di curare

I principi fondamentali cui il medico deve costantemente ispirare l’esercizio della professione sono perizia, prudenza e diligenza.
La perizia è intesa come il “sapere” (competenza di preparazione teorica) e il “saper fare” (capacità ed esperienza pratica).
Una preparazione carente denota non solo scarso rispetto e noncuranza delle leggi codificate, ma, il più delle volte, superficialità e immaturità.
Si comprende allora perché, quando si parla di perizia, vogliamo significare non solo un obbligo giuridico ma anche e soprattutto un preciso dovere deontologico ed etico del professionista.
Il termine prudenza è letteralmente contrazione di previdenza ed in questo senso ogni medico deve saper prevedere quali siano gli effetti della specifica condotta che va ad attuare nel caso concreto e quali i rischi che essa eventualmente comporti e fa tutto il possibile per eliminarli e contenerli al minimo.
La prudenza esige anche che le decisioni prese derivino dall’osservazione serena e obiettiva dei fatti, che non siano motivate dall’emozione del momento.
La principale delle qualità che rendono apprezzabile la condotta del medico è soprattutto la diligenza che egli nutre verso il proprio assistito: il termine deriva dal latino “dirigere” che vuol dire amare di puro amore, avere caro e anche apprezzare, stimare, onorare.
Il medico diligente sa spontaneamente cosa fare o non fare per il vantaggio della persona assistita, sa quando e come intervenire o astenersi dal farlo, senza bisogno di imposizioni o di tenere a mente precetti, discipline o regolamenti.
La negligenza è, infatti, sinonimo di ogni caso di trascuratezza, di noncuranza, di disinteresse, di superficialità, in una parola di carenza o di assenza di rispetto e di “amore” per l’altro e per il proprio lavoro.

di Stefano Civitelli
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