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Rapporto tra personaggio e azione nella sceneggiatura

Nella struttura in tre atti, il percorso del personaggio si realizza sempre attraverso una catena causale di azioni. Aimeri la definisce selettività e causalità del racconto: nessun elemento della sceneggiatura è inutile. Occorre distinguere, sulla scorta di Roland Barthes, tra azioni cardinali (nuclei) che pongono e risolvono un’alternativa facendo procedere il racconto (rispondere al telefono, prendere un treno) e le catalisi, azioni secondarie che si agglomerano attorno a un nucleo.

Gli elementi del racconto innescano anche delle conseguenze visibili sulla distanza. Il meccanismo di set-up/payoff (cioè di semina/raccolta) consigliato per il finale vale in realtà per tutto il film. E’ il celebre principio per cui se una pistola appare nel primo atto, si può star certi che prima della fine sparerà. Questo fa sì che la sceneggiatura assomigli a una ragnatela ramificatissima.

Oltre ad essere centrale nel racconto, l’azione deve avere un rapporto strettissimo con la psicologia del personaggio, facendo dell’azione un’espressione del conflitto del personaggio. Ciò che succede all’eroe è sempre la traduzione visiva della sua interiorità.

Esiste poi un ritmo della sceneggiatura: ogni atto deve essere più intenso del precedente e meno intenso del successivo. Il conflitto deve poi esplicarsi non solo nel corso della trama, ma in ogni sequenza. Un criterio strutturale efficace è quello dell’alternanza (tra tempi forti e deboli, azione e riposo, tensione e distensione), parti visive e dialogate, scene a due e di gruppo. Non è un criterio soltanto ritmico, ma narrativo: la costanza induce infatti una sensazione di prevedibilità.

di Domenico Valenza
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