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Scetticismo moderato e antirazionalismo in Hume



Criticando la sostanza e il principio di causa - effetto Hume porta l’empirismo alle sue estreme conseguenze scettiche. Attenzione! Ciò vale però solo da un punto di vista strettamente teoretico: per Hume infatti come abbiamo visto la credenza giustifica il nostro agire, legittimato dall’istintualità propria dell’uomo. La conoscenza basata su materie di fatto rimarrà allora legittima purché non si pretenda di considerarla certa al pari della matematica. Hume giunge così ad uno scetticismo moderato che lascia legittimità alle conoscenze che si basano sull’esperienza per il principio della credenza istintuale, ma elimina ogni possibilità di fondare anche solo “ipotesi” metafisiche.
Questo scetticismo viene da lui applicato anche alla morale: egli per far ciò parte da una rigorosa analisi delle passioni: le passioni per Hume sono semplici impressioni; essa però non è come per gli oggetti un’impressione di sensazione (cioè derivante dall’esterno) ma un’impressione di riflessione (ossia un’esperienza esterna). È per questo motivo che si parla di antirzionalismo di Hume la ragione ha una funzione esclusivamente conoscitiva, non pratica; essa non è in alcun modo legata con la volontà, ma è invece strettamente legata all’istinto. È l’istinto che comanda sulla ragione, per cui non si può dire che un’azione sia giusta o sbagliata ma semplicemente che è. E l’uomo deve obbedire ad essa. Anzi il libero arbitrio non esiste: anche la volontà è un impressione interna che scaturisce dall’esterno: ogni atto volitivo scaturisce da un determinato stato emotivo.

Tratto da FILOSOFI DELL'ETÀ MODERNA di Carlo Cilia
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