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Semiotica del testo

Cenni generali. La semiotica sposta il centro della sua attenzione verso i prodotti testuali nel momento in cui si assume che il segno, di per sé, non esiste mai da solo se non in una dimensione astratta e teorica. I concetti di sintagma e paradigma, nonché il concetto di relazione/opposizione, spinge definitivamente a guardare al funzionamento del segno come ad un processo complesso che può essere valutato solo in una dimensione altrettanto complessa. Tale dimensione è, appunto, il testo, un segmento dell’asse del processo autonomo e ben definito. Attualmente, si discute sulla validità scientifica degli strumenti di analisi elaborati dalla semiotica del testo e sullo statuto della loro riproducibilità. A difesa della diversità delle metodologie che rischiano di entrare in collisione e di mostrare, se confrontate, la loro parziale efficacia, si sostiene che l’esistenza di diversi strumenti sia motivata dal fatto che ciascuno di essi è in grado di evidenziare aspetti differenti di uno stesso testo e l’applicazione di uno di questi non esclude la possibilità di adottarne altri differenti o supplementari attraverso cui poter ottenere risultati diversi. Oltre alle critiche relative agli strumenti di analisi, ci si interroga anche sulla reale efficacia e validità dell’intervento semiotico a priori nel processo di produzione testuale. Dire che è possibile solo un’analisi a posteriori implicherebbe però affermare la riduttività stessa degli strumenti e la loro inadeguatezza nel percorso inverso di programmazione degli effetti di senso. La semiotica, come scienza debole e generale, lascia sempre spazio ad un margine di inedito, essendo ciascun analista un interprete esclusivo interagente con il testo. Come nel caso di tutte le discipline prime di un alto grado di formalizzazione e di riproducibilità, per le quali il “vincolo” del punto di vista dell’analista è particolarmente significativo, anche nel nostro caso permangono problemi di affidabilità e di validità degli strumenti di rilevazione. Concordiamo, dunque, con G.Losito, il quale precisa che: “Non si postula più che analisti diversi debbano pervenire necessariamente alle stesse conclusioni in riferimento agli stessi contenuti, utilizzando lo stesso strumento. Al contrario, si riconosce il ruolo svolto nell’analisi dalla dimensione soggettiva non soltanto del ricercatotre o dei ricercatori che hanno progettato la ricerca, formulato le ipotesi e costruito gli strumenti di rilevazione, ma anche dei singoli analisti che direttamente entrano in contatto con le unità d’analisi oggetto d’indagine, nell’ambito di un processo interpretativo complesso che si articola a più livelli e ha più protagonisti. Nei processi di analisi/produzione/ricezione è quindi intrinsecamente previsto un margine di soggettività, condizione che, a ben vedere, non fa altro che riproporre nella pratica quanto già detto a proposito della non calcolabilità dei significati: in tal senso, la validità degli strumenti si è messa in discussione ma soltanto dall’esistenza ineluttabile della soggettività dell’osservatore. La semiotica del testo si propone, pertanto, di ridurre i fattori individuali e di procedere su generalizzazioni del testo che rintraccino, per quel che è possibile, un significato condivisibile. Si prefigge quindi di aumentare: a) la intelligibilità, contro una prima interpretazione intuitiva; b) la pertinenza, per la messa in valore degli elementi fondamentali rispetto a quelli irrilevanti; c) la differenza degli oggetti, in modo da mettere in luce le relazioni oppositive tra gli elementi testuali.
di Niccolò Gramigni
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