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Senso, nonsenso e verifica per Wittgenstein

Nel Tractatus, Wittgenstein distingue tra enunciati sensati, privi di senso e insensanti. Gli enunciati sensati sono enunciati dotati di senso, che descrivono stati di cose. Gli enunciati privi di senso sono quelli della logica che non descrivono alcunché. Essi sono sempre veri (tautologie: piove o non piove) o falsi (contraddizione: piove e non piove) indipendentemente da come stanno le cose.

Gli enunciati insensati sono infine gli enunciati della filosofia, dell’etica, dell’estetica e della metafisica che non descrivono alcunché. Gli enunciati della metafisica pretendono di descrivere il mondo e quindi sono fuorvianti. Gli enunciati della filosofia sono invece un nonsenso palese, secondo Wittgenstein occorre dire ciò che si può dire, tacere di ciò di cui non si può parlare. La sua conclusione è un ascetismo linguistico che non ha pari nella filosofia contemporanea.

Il neopositivismo o positivismo logico accomuna diversi studiosi di lingua tedesca che si riunivano a Vienna e Berlino. Questa corrente di pensiero avrà fecondi sviluppi anche negli Stati Uniti, dove diversi appartenenti al neopositivismo (Carnai, Tarski) emigreranno a causa del nazismo.

Fin dall’inizio delle riunioni al Circolo di Vienna, i neopositivisti accolgono con entusiasmo l’opera di Wittgenstein. La lezione del Tractatus, nelle loro mani, si trasforma nel progetto di una nuova teo-ria del significato. Inizialmente la tendenza era il riduzionismo: gli enunciati scientifici si possono ridurre, in linea di principio, a enunciati di osservazione diretta (protocollari) e formule logiche.

Per Wittgenstein comprendere un enunciato significa sapere accade se esso è vero. Egli identifica significato e condizioni di verità, ma non discute del problema di eventuali metodi di verifica: da logico non si interessa all’accesso epistemico. I neo positivisti danno invece un’interpretazione forte a questa idea: sapere cosa accade è per loro saper verificare la verità dell’enunciato.

Il principio di verificazione è riassumibile in uno slogan che si trova in alcuni scritti posteriori di Wittgenstein e anche nell’opera di Moritz Schlick (1882-1936): il significato di un enunciato è il metodo della sua verifica. Questa revisione della definizione del significato come condizioni di verità verrà chiamata da Quine teoria verificazionista del significato.

Il principio di verificazione divenne un criterio che avrebbe dovuto risolvere il problema della de-marcazione tra scienza e non scienza. In proposito, Popper è noto per aver sostituito il principio di verificazione con il principio di falsificazione: una teoria è scientifica se è possibile falsificarla.

Tale principio subirà fin dall’inizio profonde trasformazioni. Con Carnap si passerà a una versione in termini di probabilità; i dati empirici non possono confermare o falsificare definitivamente un enunciato, ma possono aumentare o diminuire la probabilità che esso sia vero. La teoria verificazionista del significato sarà poi criticata da Quine, che contribuirà a rafforzare una visione empirista, priva dei dogmi dei primi neopositivisti.

di Domenico Valenza
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