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Servizi socio-educativi e flussi migratori

Scrivere di chi viene da lontano significa parlare di persone e con le persone per capire insieme le esperienze, somiglianze e differenze alla ricerca di quel delicato equilibrio che serve a noi per capire loro e a loro per fermarsi a riflettere perché spesso la quotidianità non permette un auto riflessione sulla propria identità e il proprio futuro così nella relazione con l’altro, nell’empatia, nello scambio non solo si crea uno spazio fisico e mentale di riflessione ma si crea anche una cultura dialogica: in uno spazio ibrido culture diverse possono incontrarsi cercare di capirsi l’un l’altro mediando simboli e significati. Nelle loro parole le immigrate sentono bisogno di cambiamento eppure di tradizione: ciò è spiegabile in termini di dissonanza cognitiva e bisogno di ancoraggi. Le dissonanze cognitive nella condizione di emigrato si spiegano non solo nell’incontro tra due culture e l’inevitabile ibrido che ne nasce ma anche e soprattutto dal desiderio di ancorare la propria condizione di equilibrio precario, una continua mediazione tra ciò che era e ciò che è, tra la storia passata legata alla terra alle origini e quella presente che necessita inserimento e comprensione del nuovo mondo se si vuole sopravvivere. Questo deve essere ancorato a gesti, simboli, linguaggi che si conoscono. Così accanto alla voglia di novità e maggiore libertà sperimentata nell’immigrazione data la mancanza di una rete che è si di supporto ma anche di controllo, si legano pratiche magico - religiose a cui magari antecedentemente prima, nel proprio paese neanche si credeva mentre qui ed ora diventano segni e simboli che restituiscono appartenenza. la condizione di immigrato quindi spinge ad un alternanza di codici su più livelli che permettano la sopravvivenza a livello cognitivo rispetto al proprio passato, alle proprie origini e radici che sono il nocciolo duro dell’identità e la sopravvivenza sociale in un altro paese di cui non si conoscono pratiche, regole ecc..ma il cui inserimento è condizione sine qua non per continuare a vivere. Quindi mediare significa aprirsi al nuovo e allo stesso tempo poter ancorare a qualche oggetto, ricordo, o rito la propria provenienza per non perdere la propria identità. La riflessione sulla maternità non può che essere anch’essa investita di tali argomenti: se l’ essere madri è il perno della vita delle donne magrebine questo può essere per noi un momento importante per ricostruire quei saperi che le donne hanno accumulato per secoli nelle pratiche di maternage e riflettere su quei riti che sembrano dare risposta alle esigenze di ricomposizione culturale. Infatti riflettere assieme sui saperi allevanti significa anche dare un senso a quei gesti e passaggi che definiscono la propria identità attraverso simboli, linguaggi, gesti condivisi, oggetti rassicuranti e cibi conosciuti.
Perugia si caratterizza per un andamento peculiare dei flussi migratori (Falteri in Favaro, Mantovani ecc nello stesso nido. pg 299); esso infatti non può che risentire dell’università per stranieri, che dal 1924 porta nella città un notevole numero di utenti. Da un lato quindi gli studenti che se entravano nel mondo del lavoro era solo per situazioni temporanee e in nero dall’altra chi veniva nel nostro paese per lavoro (Brunelli et alii, 1986, Marini, 1992, 1993 in Favaro, Mantovani ecc pg 299) già nel 1991 quando i flussi di migrazione avevano appena iniziato ad interessare il nostro paese l’Umbria si collocava al terzo posto per presenza straniera su quella residente. Da allora si è registrato un incremento, come nel resto di Italia, soprattutto da paesi in conflitto o crisi economiche gravi o per ricongiungimenti familiari. Negli anni che vanno dal 91 al 96 l’Umbria ha conosciuto rispetto alla Toscana, Marche e Lazio un accelerazione significativa dei flussi migratori in aggiunta alla tradizionale presenza di studenti stranieri. I cittadini stranieri sono cresciuti di quasi quattro volte nell’intero paese, e nel territorio umbro c’è stato un incremento superiore alla media nazionale per quanto concerne i permessi di soggiorno  anche se va sottolineato che il possesso del permesso di soggiorno non implica necessariamente l’iscrizione all’anagrafe; il numero dei regolarizzati supera quello degli stranieri residenti che in genere sono presenti sul territorio da più tempo e in modo più stabile. La popolazione immigrata è ormai presente non solo a Perugia ma anche a Terni e nella province umbre da Gualdo Tadino al folignate dal Lago Trasimeno a l’eugubino. Le principali aree di insediamento risultano essere rurali o industriali  a vocazione terziaria o turistica. Al 31 dicembre 2000 gli stranieri nella provincia di Perugia risultavano essere soprattutto provenienti dall’Albania, Marocco, Macedonia e Romania la cui popolazione risultava essere soprattutto femminile. Per lo più donne appaiono essere coloro che vengono dall’America latina in modo particolare peruviane ma anche dal Maghreb , Africa occidentale e centro meridionale di cui invece c’è la netta prevalenza maschile. L’Asia nel suo complesso è rappresentata soprattutto dai filippini che sono soprattutto donne impiegate nei lavori di cura. Con la sanatoria del 2002 il quadro è risultato notevolmente diverso: il processo di regolarizzazione ha fatto uscire dalla clandestinità molte persone. Nella provincia di Perugia i più numerosi risultano albanesi, marocchini e rumeni e al quarto posto si collocano le ucraine. I dati disponibili per la popolazione infantile proviene dagli iscritti alle scuole primarie; dati peraltro molto utilizzati per progetti e studi relativi all’inserimento di bambini stranieri. I dati del ministero dell’istruzione per l’A.S. 2003-2004 vedono l’Umbria con il 6.6 % al secondo posto nella graduatoria regionale per tasso di incidenza degli alunni stranieri dopo l’Emilia Romagna e registra la percentuale più alta nelle scuole di infanzia ( 7, 3%) e nelle secondarie di primo grado. Ma l’interesse non si è mai concentrato in modo sistematico sui bambini sotto i tre anni anche se il sistema umbro dei servizi educativi per l’infanzia ha da tempo rivolto la sua attenzione all’utenza straniera. L’aumento dei nuclei famigliari che si stabiliscono a Perugia si accompagna ad un incremento dei figli nati nel paese ospitante profilando una configurazione multiculturale della città e in quanto utenti diretti nuovi servizi e nuove pratiche e politiche educative. La ricerca compiuta da Faletri raccoglie l’analisi dei dati relativi ai bambini stranieri sotto i tre anni e le loro famiglie in particolari quelli iscritti al nido o comunque in lista di attesa. L’inserimento nei servizi educativi può essere considerato da un lato un indicatore dell’integrazione delle famiglie dall’altro consente ai bambini di condividere esperienze significative con i coetanei e da l’opportunità ai genitori sul piano formale e informale di stabilire contatti interculturali in una fase socialmente e individualmente importante del ciclo di vita.

di Barbara Reanda
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