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TALCOTT PARSON

Parson nei suoi primi scritti, discute lo status scientifico dell'economia secondo la formulazione di un influente economista neoclassico Robbins, affermando che il limite essenziale di tale concezione gli appare l'esclusione dei fini dell'attore, che sono considerati come dati, non sono cioè oggetto d'indagine per l'economia, che si concentra sul rapporto tra fini e mezzi, supponendo che l'attore tenderà alla scelta razionale dei mezzi per perseguire i propri fini.
Per Parson la soluzione al classico problema hobbesiano dell'ordine sociale sta nell'esistenza di un insieme di fini condivisi, cioè di valori comuni che orientano l'azione. Date queste premesse, l'ec non deve commettere l'errore di concepirsi in senso positivistico come disciplina capace di interpretare i fenomeni ec concreti sul piano empirico, perché le leggi economiche hanno un carattere normativo, indicano dei criteri di azione razionale date certe condizioni. Ma la loro validità empirica è legata al fatto che gli attori si comportino secondo tali criteri per soddisfare i loro fini, il che, per Parson è poco probabile nella realtà concreta.
Per Parson i tentativi di ridefinire l'economia, per aumentare le sue capacità di presa sul piano empirico, sono raggruppabili nell'ambito di 2 filoni:
-Empiricismo positivista: sviluppatosi maggiormente nel contesto anglosassone. In esso si lavora sui condizionamenti dell'azione economica esercitati da fattori biologici o psicologici. Ne sono un esempio, l'edonismo psicologico di Bentham come teoria dell'azione che fonda l'utilitarismo, o il ricorso di Veblen alla teoria degli istinti come forze biopsichiche che condizionano l'azione.
Più in generale questo filone sfocerà poi nel comportamentismo, cioè in approcci che tendono a svalutare il ruolo dei fattori ideali (valori, norme) nel comportamento dell'attore.
-Empiricismo storicista (o romantico) : qui vi è l'attenzione a fattori ideali e normativi, per es con il concetto di "spirito del popolo". Tuttavia, nella scuola storica tedesca dell'economia la considerazione dei fattori culturali e istituzionali che influiscono sull'azione economica va a scapito della precisione teorica.
In definitiva Parson respinge tutte e due le soluzioni perché istituzionalismo e storicismo riducono l'economia ad una branca della "sociologia applicata" nel tentativo di aggiungere altri fattori per arricchire la spiegazione empirica del comportamento economico. D'altra parte la sociologia diventerebbe una sorta di sociologia enciclopedica, come sintesi generale delle conoscenze della società. In questa prospettiva un economista si distinguerebbe da altri scienziati sociali solo per la maggiore conoscenza di un settore specifico legato alle attività sociali, quello legato all'economia. Per Parson quest'impostazione è errata e antiscientifica.
La soluzione più convincente per Parson emerge da Durkheim, Pareto e Weber, che nonostante le differenze condividono una fondazione su basi analitiche e astratte di:
-economia: che deve essere concepita come teoria analitica di un fattore dell'azione che si basa sul perseguimento razionale dell'interesse individuale, un fattore specificamente presente nelle attività economiche concrete. In questo senso l'economia neoclassica ha un suo spazio che non va messo in discussione, perché essa non si occupa dei fini ultimi, ma del livello intermedio della catena mezzi-fini, e cioè dell'adattamento razionale di mezzi scarsi rispetto a usi alternativi.
-sociologia: anch'essa va concepita come teoria analitica astratta di un altro fattore dell'azione, quello legato ai valori ultimi condivisi.

di Antonio Amato
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