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Thomas More

Potere e contraddizioni sociali Le idee di More hanno notevoli convergenze con quelle di Erasmo ma vi è in questo giurista e uomo politico, assurto alla massima responsabilità di cancelliere del regno d'Inghilterra sotto Enrico VIII, una più diretta conoscenza ed una più acuta sensibilità dei problemi sociali ed economici. Egli si impegna decisamente affinchè la cultura umanistica non rimanga nell'ambito di una repubblica delle bonae litterae e si confronti invece con le difficoltà più aspre e più complesse del mondo sociale. C'è in lui la consapevolezza (per la prima volta così lucida nel pensiero del Rinascimento) che il principale campo di applicazione della politica deve riguardare le condizioni reali della vita collettiva, le quali riflettono qualcosa di essenziale anche per l'esistenza individuale. Se è sempre da apprezzare e da incoraggiare la denuncia dei peccati dei principi, si tratta di ampliare questa critica cercando di comprendere che le storture e le perversità del potere non si spiegano solo con le scarse virtù dei governanti ma anche e soprattutto con le condizioni degradanti del vivere collettivo. Il male non è insito soltanto nella natura dell'uomo ma anche nella costituzione della società, dalla cui riforma dipende il miglioramento qualitativo e materiale della politica. L'Utopia di More (1516) non è un semplice esercizio di fantasia letteraria. Il primo libro rappresenta un'analisi sociologica, basata su vaste cognizioni scientifiche, della situazione sociale ed economica dell'Inghilterra del suo tempo, mentre il secondo libro esprime la complessità enigmatica di un autore che sa calcolare quanto grande è il divario fra la proposta razionale e le possibilità di assimilazione di una realtà ancora troppo al di sotto degli ideali di una civiltà umanistica. Il bene della politica dipende per More da pubbliche leggi "promulgate secondo giustizia da un buon sovrano" o "sancite con il generale consenso da un popolo non oppresso da tirannide né raggirato da inganni". La prosperità o la rovina di uno stato dipendono in modo essenziale dal comportamento dei pubblici poteri e dalla loro inclinazione a favorire o ad ostacolare una vita civile e sociale autonoma e rigogliosa.

Crisi ed alternative

More non indugia troppo nella fiducia che per uno sviluppo umanistico della politica sia risolutivo modificare l'educazione del principe cristiano. Il suo interesse è rivolto a penetrare più profondamente nelle strutture sociali per individuare ciò che esse contengono di degradante per gli individui e le loro comunità.
More constata la crisi sociale ed economica dilagante nell'Inghilterra del suo tempo, una crisi diversa dalle carestie del passato. La miseria, la corruzione, l'emarginazione avevano superato, a suo giudizio, il limite di tollerabilità e gli strumenti usati per il contenimento di questi mali gli apparivano inadeguati o del tutto arbitrari. Le ragioni di questa crisi economica di così ampia portata sono analiticamente esaminate nel primo libro della sua opera e sono fatte risalire a diversi fattori tra loro concatenati. Prima di tutto ad una politica di potenza e di guerra che teneva sotto le armi vaste parti della popolazione sottratte al lavoro produttivo, che provocava enormi distruzioni di materiale umano e risorse materiali e che abbandonava alla carità i reduci. Un altro motivo fondamentale di crisi era dovuto alla decadenza dell'agricoltura soppiantata dalla pastorizia e dalle concentrazioni della proprietà terriera: l'allevamento del bestiame era diventato monopolio di pochi grandi affaristi che davano lavoro solo ad una parte esigua della popolazione rurale; la maggior parte dei contadini era attirata illusoriamente dalla città per cercare altri lavori che invece non trovavano. Si creava così un urbanesimo artificiale, causa di indigenza, emarginazione, parassitismo e di una criminalità invano contrastata con misure inumane di repressione; a questa penosa indigenza si contrapponeva lo sfarzo dei ceti nobiliari parassitari. In questo quadro di crisi endemica More delinea come alternativa il regime di Utopia, in cui l'opera di una ragione intenzionalmente e metodicamente impegnata a lottare contro l'avvilimento di un tempo storico corrotto ed inumano dovrebbe dischiudere prospettive eticamente e politicamente più rassicuranti.

Radicalismo politico e limiti storici
Quello delineato in Utopia non è esattamente il programma di governo dell'autore ma è desunto dalle descrizioni di un visitatore, Itlodeo, che More ascolta con grande partecipazione, certo auspicando che molti aspetti di quel regime vengano instaurati nei vecchi stati europei ma riconoscendo anche quanto ardue e rischiose possano essere le trasposizioni di riforme così radicali in ambienti tanto dissimili. I problemi di More sono in parte connessi alla complessità della sua personalità. Egli vive intensamente nella dimensione pubblica ma la sente relativamente estranea alla sua finissima sensibilità esistenziale e morale. Una personalità che vive in una certa contraddizione fra Medioevo ed età moderna, fra ascetismo ed edonismo, fra deismo e Cattolicesimo, fra economia di sussistenza e sviluppo manifatturiero, tra feudalesimo e democrazia. All'interno delle sue concezioni politiche rimane una tensione fra radicalismo sociale e realistico riconoscimento dei limiti delle situazioni storiche. Il meglio, in politica, lo si otterrà quando tutti saranno buoni ma More non crede che ciò possa avvenire "per un buon numero di anni a venire". La ricerca della verità politica esige però di vincere il conformismo e di assumere atteggiamenti più schietti ed animosi; ci sono idee politiche che è doveroso proporre, almeno per additare i rischi di certe assuefazioni all'esistente. I dubbi e le riserve di More nei confronti delle radicali innovazioni di Utopia non gli impediscono di considerare quel regime qualitativamente migliore e di aderire al suo fondamentale principio costitutivo, cioè la sostituzione della proprietà privata con la proprietà comune. Questa sua inclinazione intellettuale per un ordine sociale costruito con rigida programmazione pone un non facile problema interpretativo. Da un lato More, come Erasmo, è fautore di un Umanesimo aperto, critico, tollerante e ciò sembrerebbe doverlo rendere più sensibile ai vantaggi di una società liberalizzata, disposta a riconoscere un ruolo importante alla creatività spontanea delle energie individuali e collettive. In altre sue opere More ha d'altronde difeso il ruolo della proprietà privata come condizione di sviluppo produttivo e di perfezionamento sociale; non sembra quindi che una costituzione comunistica della società corrisponda pienamente ai suoi intendimenti. Nell'Utopia More corregge tuttavia certe sue idealità liberalizzanti ed accoglie, almeno in ipotesi, il metodo della progettazione sociale integrale come quello più efficace e più conforme alla natura ed alle funzioni della ragione. Si tratta appunto di spiegare questa almeno apparente contraddizione di un animo sostanzialmente liberale che propone per l'organizzazione sociale un modello comunistico; quasi che l'Umanesimo, inteso in un senso di liberalizzazione delle attività personali e sociali, sia un movimento di superficie, mentre ciò che di sostanziale l'Umanesimo esprime sarebbero i problemi di una progettazione ordinata e coerente dei fenomeni sociali. L'impianto di Utopia è dunque di sistematica programmazione sociale ed economica, additata come condizione di risanamento di quei mali dell'Inghilterra che More aveva denunciato nella prima parte della sua opera.

Il regime di Utopia

Accenniamo ai fondamentali principi ispiratori del regime di Utopia. Nella struttura del governo sussistono alcuni elementi democratici perché ogni gruppo di famiglie elegge ogni anno un magistrato (filarco) ma, complessivamente, l'organizzazione del potere assume un carattere gerarchico. Ogni dieci filarchi (che sono duecento) viene posto un capo, chiamato protofilarco. Il magistrato supremo viene eletto dai filarchi che lo scelgono fra quattro candidati nominati dal popolo; la carica di capo supremo dura tutta la vita, tutte le altre cariche sono annuali.
In economia vige il principio della proprietà pubblica con radicale abolizione di quella privata. L'abolizione della proprietà privata sembrerebbe poter smascherare "le macchinazioni dei ricchi" che fanno assumere forza di legge soprattutto a ciò che consente loro di impadronirsi con mezzi disonesti di risorse comuni e di abusare del lavoro dei poveri. La sua fiducia è che senza la proprietà si creino le condizioni per risanare la società. Particolare cura viene rivolta dagli utopiani ai problemi demografici ed agli equilibri territoriali per evitare una divisione troppo rigida fra mondo rurale e mondo urbano, il primo relegato all'adempimento dei lavori manuali faticosi e l'altro destinato ai servizi e più differenziato dal punto di vista produttivo. La proporzione viene mantenuta attraverso programmati scambi sociali, per cui ogni due anni una parte dei lavoratori della campagna va in città ed una parte della popolazione urbana si reca a lavorare nei campi, in modo da agevolare la compenetrazione di culture e di mentalità diverse e da evitare il consolidarsi di sperequazioni. L'organizzazione della vita sociale è, specie nelle città, a base rigorosamente comunitaria e ciascuno è controllato nei suoi movimenti. In questa società programmata la famiglia rimane un punto di riferimento essenziale ed è la base dell'ordinamento economico; essa è tuttavia liberata da una serie di incombenze: l'educazione dei figli è in parte demandata allo stato e i problemi dell'alimentazione sono gestiti dalle stesse organizzazioni del lavoro. Il matrimonio è tutelato ed assume una particolare qualificazione etica ma sono ammessi casi di scioglimento per adulterio, per "insopportabile aggressività di carattere" e " per mutuo consenso". Sono previste istituzioni sanitarie pubbliche in cui tutti gli anziani e i sofferenti siano amorevolmente e gratuitamente curati e assistiti dalla collettività ma, in disaccordo su questo punto con l'assoluta riprovazione dei teologi cristiani, More ammette in certi casi l'eutanasia, anche se con il benestare dei sacerdoti e dei magistrati. In questa città ideale i reati diminuiscono e le pene sono ispirate a criteri umanitari e non hanno altro scopo che la riabilitazione dei condannati, attuata attraverso il lavoro in imprese di pubblica utilità. L'istituzione della schiavitù non è soppressa bensì è limitata; si diventa schiavi per delitti commessi o per libera scelta di salariati stranieri che siano venuti a lavorare nell'isola, i quali però sono trattati con gli stessi riguardi che si usano per gli altri cittadini. Questo sistema sociale comporta una progressiva diminuzione del valore del denaro che non ha più una funzione specifica nelle transazioni sociali. Vi è in Utopia un disprezzo integrale dell'oro, sia come simbolo di potenza e di ricchezza, sia come strumento di vanità. La natura degli abitanti di Utopia è essenzialmente pacifica, tuttavia il pacifismo di More è più temperato di quello di Erasmo. Gli utopiani ricevono un addestramento militare ed affrontano la guerra non solo per difendere i loro confini ma anche per liberare dall'invasore il territorio di un alleato, per aiutare un popolo nella rivolta contro il dispotismo ed anche (e con ciò More sembra riflettere qualche suggestione imperialistica) per rendere produttive terre di paesi stranieri che gli abitanti si ostinano a mantenere incolte. Tale sfruttamento di territori altrui è però lecito solo se quelle popolazioni rifiutino ogni forma di collaborazione economica.

La tolleranza religiosa
Nel suo complesso il regime di Utopia è espressione di una società chiusa in cui la ripartizione egualitaria del poco è garantita da un sistema economico piuttosto semplice e da un ordine normativo refrattario al "gran cumulo di aggrovigliatissime leggi" perché vuole che il senso delle norme sia chiaro a tutti. La semplicità dei costumi non sfocia tuttavia nell'ascetismo sociale e nella rinuncia ma in una specie di epicureismo temperato dal precetto stoico del vivere secondo natura. Nel campo religioso gli utopiani credono che l'Essere supremo, inconoscibile, eterno coincida con la natura stessa. Essi praticano una serie di culti diversi ma, avendo avuto sentore dell'esistenza del Cristianesimo ed avendo appreso che Cristo approvò la vita in comune dei suoi discepoli, considerano tale religione del tutto compatibile con la loro organizzazione sociale e sono quindi disposti ad accoglierla e a considerarla spiritualmente superiore ai loro culti tradizionale. In materia di fede vige in Utopia il principio di tolleranza, tuttavia gli utopiani si oppongono all'ateismo non solo perché esso può avvilire la natura sublime dell'anima umana, ma anche e soprattutto perché colui che non ha remore o speranze di natura religiosa "cercherà di eludere di nascosto le patrie leggi e di infrangerle con la prepotenza pur di soddisfare egoisticamente le proprie bramosie". More sembra così indicare che vi può essere un profondo spirito religioso non fondato sulla ascesi nei confronti della realtà mondana e compatibile con un equilibrato godimento di beni terreni e con la disposizione a valorizzare ciò che di umoristicamente rasserenante può esservi anche in un'etica eudemonistica.

Umanesimo e programmazione

E' forse da ritenere che More non voglia considerare come forma realisticamente proponibile quella di una città regolata da una programmazione integrale. Disegnando il suo sistema di città ideale forse egli ha voluto fare un censimento dei più gravi problemi sociali del suo tempo e ha voluto evidenziarli, dando alle sue analisi critiche un carattere di denuncia sociale sconosciuto al pensiero politico tradizionale. Ciò che More ha voluto far vedere è che alcuni di questi problemi possono essere affrontati anche attraverso programmazioni ispirati a criteri collettivistici, se non si trovano altri strumenti idonei ed efficaci.
di Viola Donarini
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