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Tra semantica e pragmatica

C. Morris, dopo Locke e Peirce, identifica tre dimensioni relative alla semiotica e, di conseguenza, ai codici.
Nella triade:
1) la sintassi è lo studio delle relazioni formali di un segno con l’altro, l’organizzazione interna che essi assumono come elementi di un sistema;
2) la semantica è lo studio delle relazioni dei segni con gli oggetti cui si applicano, o meglio il rapporto tra i segni e i significati;
3) la pragmatica è lo studio delle relazioni tra i segni e gli interpreti, ovvero dell’uso della lingua.

La pragmatica può definirsi come lo studio dell’uso che della lingua fanno gli utenti, della capacità che essi hanno di associare le frasi ai contesti adeguati, di intendere i significati che oltrepassano i presunti confini della semantica. Nella prospettiva pragmatica, un’espressione linguistica dice cose anche con mezzi a sé esterni che, dunque, la grammatica generalmente non è in grado di descrivere. Gli studi pragmatici si sono sviluppati soprattutto in riferimento alla conservazione, dunque alla manifestazione più significativa e complessa della comunicaizone orale, dove entrano continuamente in gioco, in maniera scarsamente formalizzabile, variazioni proprie alla parole e all’intersoggettività. La conversazione può essere definita come quell’interazione comunicativa “faccia faccia” cui i partecipanti aderiscono “spontaneamente”, poiché non esistono obiettivi sovra-ordinati.
di Niccolò Gramigni
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