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Vaghezza, indeterminatezza, pluriplarità

Le parole, così descritte nella loro apertura e nei loro possibili slittamenti, mostrano di essere vaghe e indeterminate ovvero non definite nella loro corrispondenza tra significante e significato. La vaghezza è una condizione segnica, non soltanto semantica: dove essa è presente, investe del pari significante e significato. L’indeterminatezza riguarda, pertanto, sia la trasformabilità del linguaggio e il suo continuo riconfigurarsi in diversi stati di lingua, sia la pluralità degli usi e la mobilità del vocabolario, indisgiungibile da una lingua e dalla sua comprensione. L’indeterminatezza è pertanto presente ad ogni livello del linguaggio, ne è l’origine stessa e non la sua disgregazione, è una condizione necessaria e non un difetto del sistema. In apparenza, un processo indeterminato lascia supporre un inevitabile insuccesso dei processi di comunicazione e significazione: in realtà la vaghezza non può evitare la produzione di enunciati chiari, precisi, non ambigui. Di fatto, il sistema linguistico resta quello più potente, l’unico in grado di poter nominare concetti semrpe nuovi e non solo. Hjelmslev difendeva un concetto di onniformatività, riconoscendo alle lingue il potere di formalizzare qualunque altra materia, ovvero di essere una semiotica nella quale ogni altra semantica – lingua o altro sistema che sia – può essere tradotta. Allo stesso modo Prieto e Chomsky hanno sostenuto due concetti simili: il primo, nel confrontare la lingua con altri codici, definisce “onnipotenza semiotica” l’universalità del campo noetico cioè dell’insieme dei sensi includibili nei significati degli enunciati di una lingua; il secondo ha difeso una forma di limitatezza del discorso umano, a sua volta espressione di un pensiero illimitato, non calcolabile meccanicisticamente, bensì predisposto all’innovazione. Va collocata in questa prospettiva anche la posizione di Barthes che, contrapponendo radicalmente la posizione saussuariana, riconosce alla semiologia il potere di includere le altre scienze tra cui la linguistica. È il linguaggio che riveste di sé tutta la realtà possibile, pertanto ogni cosa, per essere studiata e capita, deve essere espressa attraverso la lingua la quale diventa metalinguaggio non solo di se stessa ma di tutti i codici che possono essere riprodotti attraverso le parole. Non è altro che ciò che abbiamo messo in atto, in particolare in questo capitolo, parlando con i segni linguistici di segni di altri codici, dalle spie luminose ai numeri, che non hanno la capacità di potersi autodescrivere. Nell’ottca della pluriplanarità, Barthes individua due modi di accogliere piani nei piani della lingua. Sulla scia di Hjelmslev, precisa innanzittutto che i sistemi aventi un piano dell’espressione e un piano del contenuto (C) creano la loro significazione grazie alla relazione (R) dei due piani (ERC) e che tale sistema ERC può divenire il semplice elemento di un secondo sistema che gli sarà coestensivo. Lo “sganciamento” può effettuarsi in due modi, a seconda del punto di inseirmento del primo sistema nel secondo. Si distingue così il sistema metalinguistico dal sistema connotativo. Nel caso dei metalinguaggi, ci si trova di fronte ad una semiotica che parla di un altro sistema semiotico: il metalinguaggio è pertanto un sistema in cui il piano del contenuto è esso stesso costituito da un sistema di significazione, dunque un segno denotano diventa il significato di un altro segno che lo rappresenta. Questo fa delle lingue dei sistemi pluriplanari, che accolgono cioè al proprio interno altre semiotiche, dunque altri piani dell’espressione e del contenuto. Resta comunque difficile da definire dove possa giungere l’”onnipotenza”: il fatto che esistano numerosi sistemi di segni dimostra che essi possiedono una loro specifica identità e un’efficacia comunicativa tale che giustifica e motiva la loro stessa esistenza e la loro indipendenza dal sistema linguistico. Dunque, il dominio linguistico mostrerebbe un’indefinita estensibilità, non quantificabili a priori, ma di fatto non gli si può riconoscere il potere di sostituirsi ad altri codici in termini di efficacia o di maneggevolezza.
di Niccolò Gramigni
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