Skip to content

Voltaire

La filosofia del progresso La lotta contro il pregiudizio e l'intolleranza caratterizza tutta l'opera di Voltaire, strenuo difensore della libertà di pensiero vista come condizione essenziale della dignità degli individui e dell'incivilimento collettivo. Il suo ideale di illuminista è che una cultura rinnovata eserciti un forte ascendente sulla politica; spetta ai filosofi denunciare le contraddizioni e le insensibilità del potere e suggerire tutti i possibili perfezionamenti da introdurre nella legislazione. L'arte della politica consiste soprattutto nell'assecondare, per quanto possibile, la liberalizzazione delle esperienze umane, attivando energie sopite, capacità represse, diritti conculcati e svincolando la società civile dagli impacci e dalle ristrettezze imposte da anacronistiche logiche di dominio. Voltaire ha più fiducia nell'azione del sovrano illuminato che in quella del popolo: è più facile convertire alla ragione un monarca o un gruppo dirigente che non le masse. Il riscatto di queste ultime non può partire dal basso ma deve essere preparato e sostenuto dall'opera assidua e lungimirante di un'aristocrazia della cultura, della scienza e della politica. Non c'è in lui nessuna anticipazione di giacobinismo, nessuna visione del popolo come artefice del proprio destino; i lumi necessari agli affari pubblici non possono emanare se non da cerchie relativamente ristrette di intellettuali, disposti a valersi dei loro privilegi di educazione e di condizione sociale non per perpetuare stati di arretratezza ma per predisporre idee e strumenti utili al generale progresso della società. Poca fiducia, quindi, nelle masse però egli riconosce che ci sono dei diritti umani che appartengono a tutti gli strati sociali e che sanzionano la uguale dignità degli esseri umani. L'accrescimento del potere generale della società passa così attraverso il miglioramento delle condizioni di tutte le sue componenti anche se la filosofia del progresso, impegnata a cercare il consenso dei principi e dei ceti intellettuali, non deve disperdere tante energie culturali nel tentativo di provocare il risveglio di una autonoma coscienza popolare.

La critica dello spiritualismo

La critica di Voltaire muove da una denuncia degli abusi spiritualistici del pensiero: egli non ritiene che si possano riformare la conoscenza e la società se la meditazione del filosofo si esaurisce nella considerazione esclusiva degli affanni dell'animo e non sa riferirsi ai dati obiettivi del mondo esterno. Rifiuto, quindi, del puro idealismo così come di quella religiosità penitenziale, troppo disposta a sottolineare i limiti e le difettività dell'uomo e poco incline ad utilizzare le energie intellettuali per compiti di trasformazione culturale e sociale. Uno dei suoi obiettivi polemici è Pascal, di cui non può non ammirare l'ingegno ma che non esita a criticare per la sua eccessiva insistenza sul disagio esistenziale degli individui nel mondo. Non sublimare quindi i limiti dell'uomo per farne degli ostacoli inesorabili contro cui si infrange ogni tentativo di progresso e non prendere a pretesto le difettività della realtà umana per screditare l'impegno rivolto ad accrescere le risorse ed il benessere dell'umanità. I contrasti che sussistono nella costituzione della soggettività e le stesse inclinazioni egoistiche delle azioni individuali possono diventare, attraverso le multiformi mediazioni e combinazioni della vita reale, fattori di progresso. Certo l'ignoranza esiste ma bisogna distinguere due tipi di ignoranza. Una è quella di chi non sa né leggere né scrivere, di chi non ha consapevolezza di sé, di chi vive nell'abbruttimento e nell'indigenza; questa è un'ignoranza specifica contro cui bisogna combattere senza invocare a sproposito il limite metafisico degli uomini. Quando invece si dice che è ignorante anche il grande scienziato perché non riesce a decifrare le leggi ultime della natura, si tratta di un altro tipo di ignoranza che non va in nessun modo confuso con il primo; il fatto che l'uomo non possa conoscere tutto, non significa che non possa di continuo progredire nel suo sapere e nell'efficacia del suo agire, ponendosi ed affrontando i problemi che è storicamente in grado di risolvere. Non distogliere quindi l'uomo dalla ricerca di ciò che può essergli utile e non denunciare tale utilità come matrice di corruzione morale e sociale. Se le leggi proteggono i diritti e le libertà di tutti, ciascuno è legittimato a cercare il suo personale vantaggio; anche cose che un'etica precettistica non annovera fra le virtù, come l'ambizione e l'interesse, possono quindi avere rilevanza positiva nella formazione degli equilibri complessivi della società. Si comprende così in quale direzione vadano le simpatie intellettuali di Voltaire: egli esalta l'azione illuminata ed emancipatrice della filosofia di Francesco Bacone, padre della scienza sperimentale, ed ammira anche la filosofia di Locke. Diverso è il giudizio su Cartesio al quale egli riconosce il merito di aver eliminato molti errori dagli antichi, sostituendoli però con nuovi errori e facendosi trascinare "da quello spirito sistematico che acceca i più grandi uomini". Il razionalista Voltaire reagisce dunque contro i sistemi che presumono troppo di sé e che, con i loro ingombranti condizionamenti, impediscono di seguire le articolazioni molteplici della vita e di avere maggiore rispetto per le esperienze comuni. La ragione deve rendere gli uomini meno condizionati dall'autorità.

Gli abusi del realismo politico

La lotta agli innatismi ed alle entificazioni idealistiche della politica non implica però alcuna accettazione di un realismo politico, come quello di Machiavelli, nei confronti del quale Voltaire assume una decisa posizione polemica. Fondare la potenza dei principi sulla tirannia, significa sviare la politica dai suoi veri fini e provocare la rovina della società; il realismo di Machiavelli, riproposto nel mondo moderno, sarebbe solo un realismo di facciata, sostanzialmente incapace di comprendere che l'arte del governo non consiste nel perfezionare l'uso della forza ma nel procurare la felicità dei popoli con atti consapevoli e deliberati. La stessa diffidenza ed avversione nei confronti del sistema di Hobbes, dove non vi è distinzione fra autorità e giustizia, regalità e dispotismo e dove la forza fa tutto. Voltaire, che non è uno spirito religioso, concorda invece con posizioni come quelle di Fénelon, che aveva suggerito al principe di occuparsi degli affari pubblici con lungimirante spirito di giustizia e che aveva messo in guardia contro i rischi della politica di potenza. Il conoscere e l'agire politico devono dunque fondarsi sul presupposto che la libertà è una legge di natura, l'unica che non ammette prescrizione e che impone a tutto l'ordine normativo convenzionale di conformarsi ad essa. La legge di natura non riflette connessioni e gerarchie sociali prestabilite ma sancisce piuttosto il principio che la libertà e la giustizia sono strutture permanenti della dignità umana e della vita collettiva, incompatibili con il fanatismo e con l'inutile conflittualità. Bisogna perciò estirpare dal pensiero politico e dal mondo sociale il seme della violenza e della guerra, alimentato anche dall'intolleranza religiosa. Riscoprendo i suoi valori più autentici, la religione deve distruggere i motivi delle guerre di religione e deve insieme impedire che un malinteso patriottismo fomenti innaturali contrapposizioni fra i popoli; come per Erasmo e per Fénelon anche per Voltaire non esistono guerre giuste e la sua vocazione è di ricercare condizioni intellettuali e pratiche in grado di garantire la tolleranza e la cooperazione all'interno delle comunità e fra le nazioni. Occorre riportare a dignità qualitativa il principio dell'utilità ed affidare ad una cultura politicamente più impegnata il compito di perseguire dei vantaggi personali e collettivi concretamente accettabili. In questa prospettiva le attività produttive ed il commercio hanno una funzione essenziale di rinnovamento dello stato e della società: la prosperità economica rende liberi i cittadini e promuove la vera grandezza della nazione. Per Voltaire la società moderna non progredisce facendo esclusivo affidamento su virtù tradizionali che hanno d'altronde conosciuto i loro estremismi e hanno legittimato pedagogie coercitive lesive dei diritti umani; le virtù vanno liberalizzate affinchè si formino attraverso confronti e competizioni e, soprattutto, va liberalizzata la dinamica produttiva e vanno rese circolanti le ricchezze. Le imposte devono rispettare certe misure di equità ed essere perciò proporzionate alle capacità dei contribuenti ma il loro prelievo è positivo se non ostacola il lavoro ed il commercio. Le capacità espansive dei cittadini e le loro legittime ambizioni valgono al bene pubblico più che la virtù imposta; se ogni cittadino cerca di estendere il proprio potere, ciò limita il costituirsi di altri poteri esclusivistici ed in particolare di quello dello stato.

Tolleranza e diritti umani

Della dottrina russoviana, che vede disseminata di errori e di contraddizioni, Voltaire non sa accettare i presupposti democratici ma importanti riserve egli ha anche nei confronti del costituzionalismo di Montesquieu: è da criticare la tendenza di costui a risolvere la politica nel bilanciamento di forze e controforze, ciascuna delle quali ha una sua origine particolare, anche di natura aristocratica e feudale. Malgrado le sue scarse propensioni per la democrazia, la libertà consiste per Voltaire nel non dipendere che dalle leggi e queste devono riferirsi a un'idea comune di diritto e a un'idea comune di libertà pertanto il più sopportabile di tutti i governi "è il governo repubblicano". Per Voltaire il principio della tolleranza è l'astro centrale della cultura illuministica e la condizione essenziale della coesistenza; più c'è tolleranza, più c'è possibilità di perfezionare gli ordinamenti civili liberandoli dalle pratiche della superstizione. Nel suo pensiero la tolleranza va vista come un fondamentale diritto umano originario e non derivato da una mera concessione potestativa; ciascun uomo ha diritto ad esprimere liberamente la propria opinione e ad associarsi per difendere le proprie idee. La presenza di partiti diversi, come dimostra l'esperienza costituzionale inglese, non sancisce la divisione della nazione ma ne rappresenta la salvaguardia perché tali partiti, sorvegliandosi a vicenda, si contendono l'onore di essere i custodi della libertà pubblica. Egli sostiene che l'intolleranza non è nata con la società ma è il prodotto di certe degenerazioni storiche della fede e del potere politico. I popoli antichi non conoscevano un'intolleranza come quella che ha praticato l'Europa moderna, la quale ha ridicolizzato la conflittualità religiosa, matrice anche di quella politica; è quindi necessario che una cultura ispirata alla razionalità si sforzi di eliminare l'intolleranza dalla conoscenza, dalla morale, dalla religione e dall'attività di governo. La legge religiosa deve essere conciliata con la legge razionale, i valori spirituali devono confrontarsi con gli interessi e con i bisogni, la moralità deve mediarsi con l'utilità e la combinazione positiva di tutti questi elementi di idealità e praticità, di intelletto e di esperienza, sviluppa una capacità critica e creativa che suggerisce anche alla politica i modi e le forme del suo progressivo incivilimento.
di Viola Donarini
Valuta questo appunto:

Continua a leggere:

Altri appunti correlati:

Per approfondire questo argomento, consulta le Tesi:

Puoi scaricare gratuitamente questo appunto in versione integrale.