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Relazione tra deprivazione affettiva, maltrattamento e disturbo antisociale di personalità

Obiettivo della tesi è illustrare in maniera esaustiva quali situazioni, durante lo sviluppo infantile, possono dare luogo allo sviluppo del Disturbo antisociale di personalità.
A questo proposito, per supportare l’ipotesi che il Disturbo antisociale di personalità sia il risultato di precise condizioni, ambientali, personali e relazionali, è stata presa in esame la letteratura riguardante gli studi sugli orfanotrofi condotti a metà del 1900 e quella sui maltrattamenti all’interno delle famiglie.
Partendo dall’assunto che in età infantile le forme di attaccamento sicuro siano la base per lo sviluppo di una personalità sana, la tesi approfondisce quali aspetti delle relazioni infantili contribuiscono all’esordio del Disturbo di personalità antisociale, con particolare attenzione ai contesti deprivanti, in cui le cure e l’amore necessari alla crescita equilibrata vengono meno, e la qualità delle relazioni è gravemente carente.
Dopo avere esaminato i due disturbi considerati i precursori dell'ASPD, e cioè il Disturbo della condotta e il Disturbo oppositivo provocatorio, la tesi si articola tra i contributi di Bowlby, Ainsworth e Winnicott e l’esposizione degli studi nella prima parte si snoda tra le ricerche di Spitz, Bender e Goldfarb, con particolare attenzione alle conseguenze della deprivazione affettiva nei primi anni di età, le ripercussione sul quoziente di sviluppo, sulle capacità cognitive, sull’apprendimento e sulle emozioni. Già da queste prime ricerche emerse che le conseguenze delle situazioni deprivanti possono essere arginate e migliorate nel caso subentri una nuova figura di accudimento ma, dopo i tre anni di età, i soggetti non sono più in grado di stabilire contatti emotivi, non sono interessati al giudizio o alla protezione delle figure adulte, nel rapporto coi pari non c’è collaborazione o amicizia.
Il terzo capitolo è dedicato alle famiglie maltrattanti: partendo dalla definizione ed evoluzione del concetto di abuso, che negli anni ha subito un ampliamento e una notevole integrazione di significato, e proseguendo con la descrizione dei tipi di maltrattamento di cui i bambini sono vittime, si arriva alla definizione dell’infanzia antisociale e alle sue caratteristiche salienti.
Grazie agli studi condotti da Cancrini, Di Blasio e Cirillo, è possibile stabilire un collegamento circolare tra i traumi subiti durante l’infanzia e il comportamento adottato dagli stessi soggetti in età adulta.
L’intervento, nei casi di maltrattamento, si rivela quindi necessario per fare in modo di deviare le traiettorie di sviluppo del bambino e non condannarlo a seguire le orme, suo malgrado, delle stesse persone che non hanno saputo riconoscere i suoi diritti, le sue necessità e le sue richieste di essere umano bisognoso di protezione e conforto.
La negazione dell’infanzia in queste famiglie ha come conseguenza, come emerge negli studi di Fonagy esaminati nell’ultimo capitolo, la compromissione di capacità fondamentali, come il rispecchiamento emotivo, l’empatia, la comprensione degli stati d’animo e la corretta interpretazione degli stimoli ambientali. E’ evidente come gli interventi debbano essere mirati al benessere del bambino, ma anche orientati all’aiuto dei genitori in difficoltà, per correggere i fattori che determinano l’insorgere di meccanismi relazionali disfunzionali. Nell’ultimo capitolo si è voluto approfondire il panorama dell’intervento nei contesti spontanei e in quelli coatti, con particolare attenzione alla necessità di stabilire metodi di lavoro integrato tramite un équipe multidisciplinare, che lavora sulla rete sociale col preciso obiettivo di prevenire, individuare, trattare, recuperare le situazioni a rischio nello sviluppo evolutivo e da una rete di scambio di informazioni efficiente che permetta il lavoro sinergico e permetta un intervento unificato veramente efficace.

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INTRODUZIONE La figura e la personalità del soggetto antisociale e dello psicopatico esercitano nell’immaginario collettivo, da sempre, un grande fascino. La risonanza mediatica data ad alcuni casi non ha fatto altro che amplificare la portata di quest’immagine fittizia, trasformando alcuni di essi in divi e oggetti di curiosità da parte del grande pubblico. Charles Manson, Ted Bundy, Theodore Kaczynski alias Unabomber, Hannibal Lecter. La mancanza di empatia, il distacco, la capacità di ottenere ciò che vogliono, l’impassibilità di fronte alle emozioni: questi fattori hanno fatto in modo che i soggetti antisociali diventassero protagonisti di libri, film, classici del cinema, serie tv, narrazioni e documentari. Ma che cosa rende un disturbo di personalità così affascinante? Perché anziché suscitare in noi sentimenti di disprezzo e fastidio, suscita la nostra curiosità e, nei casi estremi, la nostra simpatia? Perché leggiamo la biografia di Unabomber e ci sembra di leggere un fumetto, qualcosa di lontanissimo da noi? E’ come se la vita di queste persone non appartenesse a questa galassia, ma fosse frutto dell’immaginazione di uno sceneggiatore. Perché la maggior parte di noi non è in grado di bloccare l’empatia, non può evitare di provare emozioni. Perché il senso di colpa spesso condiziona le nostre scelte, la vergogna pilota i nostri comportamenti presenti e futuri e guardiamo un Ted Bundy che se la ride in tv durante il processo e pensiamo che per una volta vorremmo avere la metà della sua freddezza. Ma non ne siamo capaci. Con questo lavoro di tesi ho cercato di mettere in luce il motivo per cui le persone con un disturbo antisociale di personalità non hanno qualcosa in più, come molti pensano. La freddezza, il distacco, l’assenza delle emozioni non sono un valore aggiunto: sono una menomazione dovuta ad un processo 3

Laurea liv.I

Facoltà: Psicologia

Autore: Sara Rancati Contatta »

Composta da 77 pagine.

 

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