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Definizione di Semiotica della musica

La semiotica della musica nasce negli anni Settanta sulla scorta di altre “semiotiche applicate” (es. i contributi di Roland Barthes sull’immagine e di Christian Metz sul cinema), e si propone di studiare un linguaggio non verbale (appunto quello musicale) applicandovi i principi della semiotica generale (pensati, a partire da Saussure, per studiare la lingua, e sistematizzati dalla linguistica strutturale). Al contrario di molta musicologia novecentesca, la semiotica vede la musica come portatrice di contenuti; una delle questioni chiave è capire proprio se e come la significazione musicale sia paragonabile a quella delle lingue naturali.
Contributi fondativi: Jean Jeacques Nattiez si occupa della definizione simbolica del fatto musicale nei suoi tre livelli poietico (punto di vista del compositore), estesico (dell’ascoltatore) e neutro (l’opera nella sua materialità, intesa come forma notata, spartito; l’autore predilige questo livello, operando analisi di tipo paradigmatico); Gino Stefani adotta una prospettiva pragmatica (la musica come fare musicale, non solo come testo), basata sul ruolo che nella significazione giocano le diverse competenze degli attori in gioco (l'autore individua cinque livelli di competenza: codici generali, pratiche sociali, tecniche compositive, stili, opere); Eero Tarasti elabora una narratologia musicale modellata su quella di Algirdas J. Greimas, e incentrata quindi sull'idea che sia possibile considerare i temi musicali come attori-attanti narrativi.

di Gabriele Marino

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