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In scena Gli arcangeli non giocano a flipper

11 novembre 1959

Gli arcangeli non giocano a flipper è rappresentata la prima volta al teatro Odeon di Milano. Si tratta della prima commedia in tre atti di Dario Fo.
Lo spunto di Gli arcangeli non giocano a flipper gli è venuto da una novella di Augusto Frassineti, uno scrittore che ha collaborato alla sceneggiatura de Lo svitato (1956). La chiave del racconto di Frassineti è lo sbaglio anagrafico per cui un uomo viene registrato come cane, mettendo così in moto una serie di situazioni paradossali in cui si satireggia la burocrazia di stato. Questo tema, che in Frassineti è centrale, diventa nel copione di Fo uno dei tanti motivi che, assieme ad altri, dà vita a una girandola di situazioni incastrate una nell'altra.
Rispetto alle farse, nella commedia sono presenti alcune grosse novità. Innanzitutto compaiono due personaggi autonomi, delineati a tutto tondo, un lui/lei coppia con una sua love story progressivamente emergente. Un'altra novità è data dalla presenza in scena, per la prima volta, di un gruppo socialmente determinato, non più il concentrato precedente di tipi fissi-absurdisti. Infine la scelta dei personaggi, tutti sottoproletari e "balordi", come fino ad ora è successo solo nel teatro dialettale. Sono dei balordi bonari, sorta di proletariato di periferia che vive di espedienti per sopravvivere. Il loro lessico è gergale, con traduzioni-perifrasi prese dalla strada dove ricorrono come idioletti "faccia di palta" e "sei proprio un pistola".
Al Lungo, il protagonista, un ragazzone di periferia buono, credulone e sempre beffato dagli amici, durante i tre atti della commedia, ne capitano di tutte. Da un finto matrimonio con una biondona buona e gentile che risulterà poi una prostituta, alla scoperta di essere stato registrato all'anagrafe come cane bracco per il tiro birbone di un vecchio impiegato che prima di andare in pensione aveva manomesso numerosi documenti per vendicarsi dei torti subiti. Dalla effettiva trasformazione in cane, con un frenetico passaggio fra gli accalappiacani del canile municipale, alla metamorfosi in ministro in viaggio su un treno riservato, con uno scambio continuo di travestimenti e di persone, fino alla soluzione finale: è il momento del risveglio, tutta la storia agita in scena è stata infatti un sogno del Lungo, che è caduto sbattendo la testa nel primo atto. Una volta caduto sul piano reale, il sogno rivela la sua carica profetica, realizzandosi clamorosamente. Basta che il Lungo, deluso nei suoi entusiasmi onirici, davanti alla sposa che gli viene mostrata come un orrendo manichino, si metta a imprecare contro questi paradossali Arcangeli (il destino?) che scrollano i poveracci facendogli fare tilt quando meno se l'aspettano, perché subito si sveli l'autenticità del messaggio notturno. Il pupazzo infatti si libera dal trucco e ridiventa la bella e prosperosa Angela.
Una commedia a volte squinternata dove Fo ha messo dentro un po' di tutto, perfino la sua passione morbosa per i flipper, di cui è un giocatore instancabile. E da cui sprigiona una specie di "follia innocente", ma anche una voglia di mettere in grottesco il mondo e la realtà, con la schiera dei burocrati-impiegati che nel secondo atto sono rappresentati come manichini irrigiditi che ripetono all'infinito gli stessi gesti e che si esibiscono in canzoncine paradossali; con altri spunti garbatamente polemici contro la retorica delle istituzioni quando il Lungo si finge ministro e con il vero ministro stupido e corrotto, anche se siamo ancora lontani dalle accuse esplicite alla classe politica di Settimo: ruba un po' meno; ed infine soprattutto con la figura del Lungo che, come sostiene Fo, «è quasi una maschera da commedia dell'arte, vittima degli scherzi e dei lazzi degli altri personaggi». Il Lungo è il più balordo dei balordi, perché ha fatto della sua condizione un mestiere alle spalle degli amici, si fa passare per scemo, si presta a far la vittima dei loro giochi per cavarne di che vivere. Ed è significativo che sia proprio il Lungo, icona scenica di Fo, ad autodefinirsi "giullare". Negli Arcangeli infatti, in un dialogo fra il Lungo e la Bionda, compare per la prima volta nel teatro di Fo, la nozione di giullare.

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