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La responsabilità dei capi delle associazioni criminose per i delitti-scopo

Il presente lavoro ha lo scopo di esaminare il problema della responsabilità concorsuale dei capi di una associazione criminosa per i delitti-scopo commessi da altri associati nell’attuazione del programma criminoso, cioè di verificare se (ed eventualmente in che termini) si possa parlare di concorso morale di un “dirigente” in un delitto materialmente eseguito da altro componente del sodalizio.
Per grandi linee, due sono le possibili soluzioni al quesito che ci siamo posti.
Premessi, da un lato, l’autonomia tra il reato associativo in sé considerato e i singoli delitti commessi dagli associati, e, dall’altro lato, il principio secondo il quale, nel nostro ordinamento, la responsabilità penale è personale (art. 27, 1° comma, Cost.), è possibile che coloro i quali rivestono, all’interno della societas sceleris, ruoli particolarmente rilevanti (capi, organizzatori) siano considerati ipso facto concorrenti morali oppure è necessario che nella loro condotta sia riscontrato, in concreto, l’esistenza di uno specifico contributo causale e psicologico alla verificazione del fatto.
Ancora, si deve sottolineare la notevole importanza del problema, oltre che, indubbiamente, sotto il profilo dogmatico, anche sotto l’aspetto politico-criminale, costituendo esso, per così dire, un crocevia attraverso cui sono passati (e, purtroppo, continuano a passare), alcuni dei più importanti e inquietanti eventi che la Repubblica ha dovuto affrontare (si pensi, fra gli altri, ai c.d. “anni di piombo” e all’assassinio dell’on. Moro, alla barbarie delle stragi di mafia in cui hanno perso la vita tanti valenti servitori dello Stato, non dimenticando la stagione di “Tangentopoli” che, pur non essendo oggetto della presente analisi, ha fornito, anch’essa, utili elementi di riflessione).

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5 INTRODUZIONE Il presente lavoro ha lo scopo di esaminare il problema della responsabilità concorsuale dei capi di una associazione criminosa per i delitti-scopo commessi da altri associati nell’attuazione del programma criminoso, cioè di verificare se (ed eventualmente in che termini) si possa parlare di concorso morale di un “dirigente” in un delitto materialmente eseguito da altro componente del sodalizio. Già dalla generica enunciazione dell’oggetto della presente analisi emerge con chiarezza come il problema, dal punto di vista giuridico, intersechi due importanti istituti penalistici: l’uno di parte generale, il concorso di persone nel reato, e l’altro di parte speciale costituito dai reati associativi. Il primo di codesti istituti, non lo si scopre evidentemente con questo lavoro, è, di certo, uno dei più complessi e intricati dell’intero sistema penale, se non addirittura “il capitolo più oscuro e confuso della scienza penalistica” 1 , come è dimostrato, tra l’altro, dalle persistenti incertezze dogmatiche, nonostante l’indubbio valore e spessore della riflessione dottrinale e giurisprudenziale sul tema. Senza voler anticipare ciò che costituirà oggetto delle seguenti pagine, è, comunque, fin d’ora opportuno evidenziare, perdurante la vigenza del codice Rocco, che l’attuale sistemazione legislativa dell’istituto si caratterizza, fondamentalmente, per notevoli carenze sotto l’aspetto di determinatezza e tassatività della fattispecie, tanto che l’art. 110 c.p., lungi dallo svolgere la fondamentale funzione incriminatrice, si caratterizza per 1 L’espressione usata è di KANTOROWICZ, Tat und Schuld, 1933 richiamata da PADOVANI, Il concorso dell’associato nei delitti-scopo in Rivista italiana diritto e procedura penale,1998, pag. 762.

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Emilio Cintolo Contatta »

Composta da 169 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.