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L'universo mafioso in Italia dal secondo dopoguerra ad oggi

Informazioni tesi

  Autore: Diego Dalla Verde
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Fabio Armao
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 519

L’idea di affrontare ed approfondire la tematica mafiosa in Italia scaturisce in buona sostanza dalla percezione personale di un clima di disattenzione nei confronti del fenomeno da parte dell’opinione pubblica, che ovviamente, scossa da problematiche più attuali e sicuramente foriere di un forte allarme sociale, pare improvvisamente essersi dimenticata della gravità e del profondo danno sociale prodotto da questa fenomenologia criminale nel corso della storia del paese.
E’ del resto del tutto condivisibile la posizione di coloro i quali sostengono che la mafia stragista che ha prodotto il suo massimo picco di pericolosità sociale con l’esperienza corleonese degli anni ’80 sia effettivamente finita; tuttavia l’errore di fondo risiede nel credere che a questa espressione criminale connotata da estrema ferocia e che si era addirittura spinta sin sul terreno dell’eversione politica, non sia seguito nulla, o che alpiù le forme delinquenziali che ne hanno occupato gli spazi siano esclusivamente di natura residuale e dunque non connotate da analoga pericolosità.
Oggi il panorama della criminalità organizzata in Italia non consta senza dubbio più di una sorta di monarca assoluto e di alcuni vassalli che si muovono alle sue spalle, ma è invece caratterizzato da una galassia di espressioni criminali di buon livello che anche se non paiono singolarmente in grado di esprimere la pericolosità che fu di Cosa Nostra, complessivamente, e in ossequio alla loro propensione alla realizzazione di network illeciti che hanno superato le vecchie frontiere regionali, costituiscono un’importante fonte di allarme sociale.
Questa eterogenea rete di matrici criminali è composta dalle consorterie storiche del nostro paese, che sono purtroppo ancora ben lontane dall’essere disarticolate in maniera decisiva, e dai nuovi protagonisti dell’illecito di provenienza extracomunitaria, che hanno astutamente saputo sfruttare alcuni buchi neri della globalizzazione economica, processo che se da un lato può offrire alcuni vantaggi all’economia legale, dall’altro inevitabilmente trasferisce i propri effetti positivi anche all’underworld criminale, intensificandone di conseguenza l’azione al di là del semplice microcosmo nazionale e la collaborazione transnazionale tra gruppi omologhi di diversa origine etnica. Proprio la necessità di corrispondere efficientemente alle nuove logiche globali avrebbe finito con il fare spostare gli equilibri interni delle varie consorterie criminali verso il carattere internazionale, alfine di massimizzare la duttilità e l’efficacia dei collegamenti con l’estero finalizzati alla tutela dei propri interessi e all’acquisizione della gestione dell’intero ciclo dei business illeciti transnazionali. E’ quindi condivisibile l’affermazione di quegli autori secondo i quali oggi è del tutto ridondante una visione del crimine organizzato che non contempli al proprio interno il concetto di transnazionalità.
In concreto, la prima parte di questo lavoro verrà dedicata ad una ricostruzione storica della mafia siciliana, dalla fine della seconda guerra mondiale sino ai giorni nostri.
La seconda parte analizzerà, le altre espressioni mafiose tradizionali autoctone, in relazione alle strategie adottate nelle regioni ove esse sono nate - sia sotto l’aspetto del controllo del territorio, sia per quanto riguarda l’attitudine alla dimensione di impresa criminale - ai tentativi di colonizzazione effettuati in altre aree e all’eventuale penetrazione nel mondo legale.
Nella terza parte si cercheranno di esaminare le cosiddette mafie esogene, tralasciando, se non per sommi capi, lo studio delle origini nei rispettivi paesi di provenienza, ma puntando invece in maniera più mirata all’indagine dell’impatto di queste fenomenologie criminali sulla società italiana, mediante l’ausilio di dati empirici e di valutazioni inerenti criminalità ed immigrazione, estrapolati da pubblicazioni della Commissione Parlamentare antimafia, del Ministero dell’Interno, della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) e della Direzione Nazionale Antimafia (DNA).
Al capitolo conclusivo spetterà, sulla scorta di quanto emerso nelle prime tre parti e con l’ausilio delle più recenti analisi messe a punto dalle agenzie di contrasto, trarre le dovute osservazioni in merito alle connivenze tra sistemi criminali di origine diversa e a come è complessivamente cambiata la strategia mafiosa in questi ultimi anni.


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Introduzione 1 INTRODUZIONE Analizzare oggi l’universo mafioso con uno studio non di taglio prettamente storico ma multi-disciplinare, può apparire, ai più, un mero esercizio stilistico. Tantissimo è stato già scritto in merito al fenomeno e gli anni bui – quelli delle sanguinose guerre tra cosche, della strategia “punitiva” nei confronti di quei rappresentanti di forze dell’ordine, Magistratura, Stato che avevano osato troppo nella loro attività di contrasto al fenomeno, dello “stragismo”, con il feroce attacco diretto alle città d’arte - paiono ormai, al comune cittadino ed anche a molti “tecnici” del fenomeno, un ricordo lontano, una triste pagina della storia italiana che si è chiusa con gli arresti dei più noti e potenti boss. Ad oggi, tra i super ricercati per mafia, dopo gli arresti di Totò Riina, di Leoluca Bagarella, di "U' Signurinu" Pietro Aglieri e del boss di Caccamo Nino Giuffrè, poi pentitosi, soltanto Bernardo Provenzano risulta ancora latitante, ammantato da un alone di mistero e leggenda; di lui, oltre alle testimonianze di alcuni pentiti 1 ed alle intercettazioni telefoniche, esistono solo alcune foto sbiadite che lo ritraggono ancora giovane “picciotto”; perfino un’audiocassetta, sulla quale sarebbe incisa la sua voce, è misteriosamente scomparsa. 1 Sono numerose le citazioni di Provenzano, la primula rossa di Cosa nostra, da parte di collaboratori di giustizia. “Giuffrè ha detto che lui e il numero uno Bernardo Provenzano avevano progettato di uccidere l'onorevole Giuseppe Lumia (Ds), mentre era presidente della commissione Antimafia” (Mafia, parla il superpentito "Volevamo uccidere Lumia", “La Repubblica”, 20 settembre 2002).

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