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La posizione delle confessioni religiose all'interno del procedimento di intesa

Questo lavoro si propone di analizzare dal punto di vista tecnico-giuridico la posizione giuridica di una confessione che voglia al giorno d'oggi entrare a far parte del sistema privilegiario di cui godono la Chiesa Cattolica e poche altre confessioni religiose, prevalentemente protestanti, nei loro rapporti con lo Stato.
Sono affrontati direttamente problemi molto attuali come il rapporto Comunità Musulmana-Stato Italiano.
L'organizzazione strutturale del lavoro potrebbe definirsi "ad imbuto".
A seguito di un breve prologo esplicante la natura giuridica, nonché le origini dell'istituto dell'intesa ex art. 8, 3° comma Cost. (cenni storici), la ricerca parte con una disamina riguardante la definizione giuridica di "confessione religiosa". Si cerca in questa prima parte di capire, quali siano, dal punto di vista tecnico-giuridico, i soggetti legittimati a vedere i propri rapporti con il potere costituito regolati da accordi bilaterali a base di una successiva legge oridinaria ricalcante i contenuti di questi ultimi, alla stregua del modello concordatario, vigente per quanto riguarda i rapporti tra Chiesa Cattolica e Stato italiano. Ci sichiede in questa sede se sia davvero possibile elaborare una definizione giuridica della locuzione "confessione religiosa" usata dal Costituente, o se sia preferibile percorrere altre strade, sempre tenendosi ancorati al dettato normativo. Particolare attenzione sarà tributata alla giurisprudenza costituzionale e di merito, entrambe abbondantemente pronunciatesi sull'argomento.
Il capitolo seguente (III) apre quella che idealmente si può chiamare la seconda parte del lavoro. Tale parte si articola in tre punti.
Innanzi tutto si affronta la questione preliminare della individuazione degli organi rappresentativi della confessione religiosa che concretamente potranno fornire allo Stato, e precisamente al governo un interlocutore unitario. quest'ultimo è infatti titolare della politica ecclesiastica italiana unitamente alle Camere, ma con un ruolo più diretto.. Si aprono in questa fase dibattiti attualissimi intorno alla possibilità per la Comunità musulmana italiana di addivenire ad una intesa con lo Stato (difetto di rappresentanza e altro).
Segue un'analisi della procedura di intesa ed in particolare del carattere facoltativo od obbligatorio dell'apertura e chiusura dei negoziati in capo al governo e sulla strategia "restrittiva" adottata da questo nel consentire l'accesso allo strumento "intesa".
Infine si discute sopra al conversione in legge ordinaria dei testi negoziati e sui meccanismi di revisione previsti per le leggi emanate secondo questa procedura.
Ovviamente il discorso non si incentra esclusivamente sull'art. 8, 3° comma Cost., bensì com'è fisiologico tocca ampiamente gli altri due commi dello stesso articolo (Art. 8, 1° e 2° comma Cost.), nonché tutti gli altri riguardanti la libertà religiosa, la libertà di coscenza e la libertà di pensiero presenti nella Carta Costituzionale.
A supporto di tutto il lavoro, la dottrina più recente ed aggiornata, senza dimenticare gli autori più risalenti ed il loro prezioso contributo (vedi bibliografia).
P.A.

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1 Capitolo 1: L’intesa nell’ordinamento italiano 1.1 Evoluzione storica dell’istituto L’istituto dell’intesa, diversamente dal concordato senza precedenti nel nostro ordinamento 1 , venne elaborato in sede di Assemblea costituente a seguito dell’emendamento Terracini che stabiliva: “I rapporti fra lo Stato e le altre Chiese” (diverse dalla cattolica) “sono regolati per via legislativa, d’intesa con le loro rappresentanze legittime” 2 . Per la gran parte della dottrina questo strumento fu creato conseguentemente all’inserimento nella Carta di un riferimento diretto al concordato con la S. Sede (art. 7 cost.) per la regolamentazione dei rapporti intercorrenti tra quest’ultima e lo Stato. Il terzo comma dell’art. 8 Cost. venne formulato in maniera volutamente ambigua e oscura 3 , e fu proprio il parallelismo di facciata con il concordato con la Chiesa cattolica, in Assemblea costituente, a creare quel diversivo che deviò l’attenzione dall’infelice formulazione dell’art. 8 comma 3. Infatti chi, come Giovanni Leone, si permise di segnalare le scorrettezze tecniche della norma, venne perentoriamente zittito dal presidente 1 E la cui utilizzazione in altri ordinamenti, come in quello tedesco, non è stata utile alla elaborazione dommatica. Si tratta, nel caso della Germania, dei così detti “concordati evangelici”, accordi stipulati dallo Stato tedesco con le confessioni protestanti; tuttavia, gli articoli 136-141 della Costituzione di Weimar, relativi ai rapporti fra lo Stato e le chiese (che sarebbero stati in forma espressa richiamati dall’art. 140 della legge fondamentale della Repubblica Federale tedesca), non presentavano riferimenti ad intese od accordi con le chiese protestanti come, del resto, di concordati con la Chiesa cattolica. Altro precedente è stato rinvenuto nell’art. 115 della Costituzione cecoslovacca del 1920, ove si stabiliva che “i rapporti tra lo Stato e queste chiese o confessioni saranno definiti in via legislativa dopo gli accordi con i loro rappresentanti” (Vitale, Corso di diritto ecclesiastico, Napoli, 1972, 102, nt. 191). 2 Cfr. G. Long, Enciclopedia giuridica, Intese, 4)Intese con le confessioni diverse dalla cattolica, p. 1. 3 Per Landolfi : “La formula usata nell’art. 8 venne fuori al solo scopo di non lasciare intravedere le conseguenze impegnative per il legislatore che sarebbero derivate con maggiore immediatezza da formule più chiare”. Infatti l’impegno attuativo del legislatore è stato procrastinato per più di trent’anni.

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Paolo Anti Contatta »

Composta da 216 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 4591 click dal 26/01/2005.

 

Consultata integralmente 25 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.