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Fumo passivo e ambiente di lavoro: quadro medico, normativo e orientamenti giurisprudenziali

Informazioni tesi

  Autore: Carmen Cannavale
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Salerno
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Pietrantonio Ricci
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 120

Negli ultimi anni notevole importanza ha rivestito la problematica degli effetti sulla salute determinati dal fumo di sigaretta, tanto quello attivo quanto quello passivo.
E’ noto che il fumo attivo costituisce la causa principale, peraltro evitabile, di mortalità in tutto il mondo occidentale: secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il numero di decessi per cancro, causati dal fumo, supera quelli dovuti a qualsiasi altro fattore; è la causa principale di broncopneumopatia cronica ostruttiva, è associato alla malattia coronaria e ai disturbi circolatori dell’encefalo.
Per fumo passivo, detto anche ETS, Environmental Tobacco Smoke, si intende l’inquinamento dell’ambiente da fumo di tabacco e la correlativa esposizione dei non fumatori: si tratta sia del fumo rilasciato nell’aria dalla combustione della sigaretta (Sidestream Smoke, corrente laterale), sia del fumo inspirato e poi espirato dai fumatori (Mainstream Smoke, corrente principale). Quando viene accesa una sigaretta, il fumo che si libera è una mistura di migliaia di componenti chimici, alcuni allo stato gassoso altri allo stato corpuscolare (materiale particolato inalabile, PM); tra questi, le nitrosamine, cancerogeni chimici, il monossido di carbonio, gas inodore, incolore ed insapore che impedisce la normale ossigenazione dei tessuti poiché si lega ai globuli rossi causando una continua intossicazione del sangue, degli organi e degli apparati, il benzopirene, idrocarburo aromatico policiclico, classificato dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) e dall’Environmental Protection Agency (EPA) come fortemente cancerogeno per gli uomini.
C’è da dire che la quantità e la qualità dell’inquinamento da fumo passivo dipendono da fattori come il numero di fumatori, la quantità di sigarette fumate, il tipo di sigaretta, la volumetria dell’ambiente, la ventilazione ed i tempi di ricambio dell’aria. Uno studio, condotto dai ricercatori della Società Italiana di Medicina Generale e dall’Istituto Nazionale Tumori di Milano, ha evidenziato come la concentrazione di polveri fini nell’aria di una stanza per l’accensione di una sigaretta sia superiore ai livelli massimi consentiti dalla legge per gli ambienti esterni (il limite massimo di PM10 è di 40mcg/m³/24 ore, pena la limitazione del traffico fino al ripristino delle condizioni di normalità).
Punto di partenza per un’analisi dei danni cagionati dall’esposizione al fumo di tabacco ambientale è verificare se sussista questa esposizione e, nel caso, quantificarla. A questo scopo sono utilizzati gli indicatori biologici, i c. d. biomarkers: tra questi la nicotina e il suo metabolita, la cotinina, entrambi non presenti naturalmente nell’organismo umano ed impiegati, rispettivamente, come indicatore di esposizione recente (la nicotina permane nell’organismo meno di due ore) e per esposizioni avvenute nei 2-3-giorni precedenti (la permanenza della cotinina all’interno dell’organismo va dalle 16 alle 22 ore). Tali indicatori sono presenti nel sangue, nella saliva e nelle urine. Altri indicatori biologici sono il monossido di carbonio e la carbossiemoglobina, ma la loro potenzialità nell’evidenziare l’esposizione a fumo di tabacco è limitata dal fatto che tali fattori potrebbero essere influenzati da abitudini alimentari, stili di vita, aria ambientale. Quali conseguenze possono derivare da questa esposizione ? Nel 1999 venne pubblicato l’esito di uno studio multicentrico europeo, coordinato dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) e al quale l’Italia ha partecipato con i centri di Torino, di Roma e del Veneto, su 650 casi di tumore polmonare in non fumatori e 1.542 controlli: i risultati hanno confermato l’aumento di rischio per l’esposizione al fumo del coniuge e/o dei colleghi sul luogo di lavoro. Ma sono le patologie cardiovascolari e che più frequentemente risultano essere associate al fumo passivo: comporta processi di aterogenesi a causa dei danni all’endotelio, la cui integrità è necessaria per la vasodilatazione; favorisce la formazione di trombi, poiché altera la funzione piastrinica; facilita lo spasmo coronarico, determinando l’aumento di adrenalina e prostaglandina. Il risultato cumulativo porta all’insorgenza di angina pectoris, infarto del miocardio ed ictus, soprattutto se sono presenti altri fattori di rischio come diabete ed ipertensione.
Per quel che riguarda le patologie respiratorie, l’esposizione a fumo passivo determina sintomatologie acute e croniche come irritazioni respiratorie con tosse, rumori respiratori e ipersecrezione mucosa; malattie acute delle basse vie respiratorie, quali bronchiti e polmoniti; infezioni acute delle alte vie respiratorie, riniti, sinusiti e faringiti; aumento dell’incidenza di asme e peggioramento delle preesistenti condizioni asmatiche.

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1 INTRODUZIONE L’uso del tabacco si diffuse nei paesi europei successivamente alla scoperta dell’America, quando i marinai “importarono” un’abitudine tipica degli indigeni che “tenevano in mano un carbone ardente, costituito da foglie secche di buon odore”, secondo quanto scritto da Cristoforo Colombo. Addirittura, nel 1560 Jean Nicot de Villemain, ambasciatore francese presso la corte portoghese, ne promosse la coltivazione e l’importazione e ne consigliò l’uso alla Regina di Francia Caterina de’ Medici, come cura per l’emicrania, essendo convinto delle sue virtù medicamentose. Nel 1579 il tabacco venne introdotto anche in Italia dal Cardinale Prospero di Santa Croce, nunzio pontificio a Lisbona: i semi vennero coltivati dai monaci dei vari ordini religiosi, che confidavano nei poteri curativi della pianta. Solo a partire dal 1590 il tabacco venne “scoperto” anche come pianta passibile di un impiego voluttuario, e l’uso divenne presto abuso. Re Giacomo I Stuart di Inghilterra divenne il propugnatore della prima campagna antifumo, indicendo pubblici dibattiti in cui venivano mostrati al pubblico cervelli e polmoni di fumatori deceduti ed emanando decreti che imponevano tasse sull’importazione del tabacco; il sovrano pubblicò anche uno studio “Counterblast against tabacco” ( Invettiva contro il tabacco ) del 1606, in cui affermò gli effetti dannosi che il fumo poteva avere sulla salute, non solo dei fumatori ma anche di quanti li circondavano: per la prima volta si parlava di fumo passivo. Nella battaglia contro il fumo intervenne anche la Chiesa: papa Urbano VIII emanò nel 1542, su richiesta della Chiesa di Siviglia, la bolla “Ad Futuram Rei

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Parole chiave

ambiente di lavoro
inquinamento
malattie polomonari
salute

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