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Il Settecento secondo Stanley Kubrick: "Barry Lyndon"

Informazioni tesi

  Autore: Davide Magnisi
  Tipo: Tesi di Specializzazione/Perfezionamento
Specializzazione in Cinema e Storia: codici interpretativi, scenari storici, matrici letterarie
Anno: 2001
Docente/Relatore: Raffaele Licinio
Istituito da: Università degli Studi di Bari
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 76

Una storia della realizzazione del film "Barry Lyndon" di Stanley Kubrick secondo le sue direttrici storiche, artistiche, letterarie. Una radiografia del Settecento artistico secondo Stanley Kubrick.

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IL SETTECENTO SECONDO STANLEY KUBRICK: BARRY LYNDON I film storici hanno in comune con quelli di fantascienza il tentativo di ricreare qualcosa che non esiste. S. Kubrick Ci sono pochi registi che potrebbero inverare con maggior rigore questa affermazione dello stesso Stanley Kubrick. Poiché, come le poche interviste da lui concesse ci hanno dimostrato, egli amava il cinema, la visione, il far vedere, più di ogni possibile teoria. Dopo quell’affascinante poema sull’uomo, la tecnica e il loro futuro che era stato 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odissey, 1968), Kubrick voleva “reinventare” il film in costume, come aveva appena fatto con la fantascienza. Si trattava per lui di affrontare un altro genere cinematografico per condurlo fino ai suoi limiti possibili. Se il successo di pubblico di 2001 era stato decretato dal mai visto realismo degli ambienti spaziali, costruiti con grande maestria insieme tecnologica e artigianale, il film “storico” pensato da Kubrick sarebbe stato una ricostruzione perfetta di un modello del passato, della vita che era stata. La chiarezza di ghiaccio dell’immagine kubrickiana, avrebbe restituito con perfezione geometrica uno spazio, un tempo, un pensiero, una luce che appartenevano oramai alla Storia e alla morte. Il progetto, naturalmente, poneva in gioco un problema di fonti: quale era la vita del passato, da quale libro attingerla, da quali testimonianze? Ciò che Kubrick si accingeva a fare era un’indagine sulla Storia e sulle “storie”, sulla Storia e sulla Fiction, sulle possibilità e i limiti di una reale rappresentazione della Storia, del passato, delle vite, delle storie nel cinema e nell’arte. Subito dopo l’uscita di 2001, Kubrick si mise alacremente al lavoro su un progetto che lo ossessionava da tempo: un film sulla vita di Napoleone. Queste le parole del regista dedicate al condottiero corso (l’intervista è del 1968): Mi affascina. La sua vita è stata raccontata come un epico poema d’azione. La sua vita sessuale era degna di Arthur Schnitzler. Era uno di quei rari uomini che muovono la storia e forgiano il destino del loro tempo e delle generazioni successive – in un senso molto concreto, il nostro stesso mondo è il risultato di Napoleone, proprio come la mappa politica e geografica dell’Europa del dopoguerra è il risultato della seconda guerra mondiale. E naturalmente non è mai stato fatto su di lui un film buono o accurato. Trovo anche che tutti i temi che lo riguardano siano stranamente contemporanei – le responsabilità e gli abusi del potere, le dinamiche della rivoluzione sociale, il rapporto dell’individuo con lo Stato, la guerra, il militarismo, eccetera; per cui non sarà soltanto una polverosa parata storica, ma un film sulle questioni base del nostro tempo, oltre che di quello di Napoleone 1 . Kubrick, qui, dà anche uno spunto interessante nel dibattito dei rapporti tra Cinema e Storia: un film “storico” finisce sempre per parlare del presente, in un modo o nell’altro. Ma, pure, un film ci racconta della personalità del suo creatore. E, in questo caso, Napoleone appariva un soggetto ideale per Kubrick, per come investiva le sue ossessioni tematiche sull’analisi spietata dei meccanismi del potere e della guerra, dei disegni del destino che innalzano l’uomo alla gloria e poi lo precipitano nella polvere dei regni della 1 Joseph Gelmis, Interview Stanley Kubrick, in Michel Ciment (a cura di), Stanley Kubrick, la Biennale di Venezia 54ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (Catalogo), Giorgio Mondadori, Milano 1997, p. 109. Qui come altrove quando non è citato un titolo e un’edizione italiana, la traduzione è mia.

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