Questo sito utilizza cookie di terze parti per inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più clicca QUI 
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie. OK

Gli effetti del fallimento sul contratto di mandato

L’imprenditore commerciale nella sua attività d’impresa, quotidianamente, si serve del contratto di mandato per concludere quasi tutti i negozi giuridici che il nostro ordinamento riconosce e tutela.
Perciò, se l’oggetto del presente studio, ancorché concernente il diritto fallimentare, non fosse ulteriormente delimitato, risulterebbe molto vasto.
Preliminarmente, ci si limiterà ad indagare sulla ratio dell’art. 78 della legge fallimentare che prevede l’automatico scioglimento del contratto di mandato per il fallimento del mandante o del mandatario, comparandola con la disciplina completa di diritto sostanziale contenuta nel codice civile.
Sarà approfondita la fattispecie inerente al fallimento del mandante, con particolare riguardo all’aspetto più problematico e controverso relativo al fallimento del mandante nel caso di conferimento del mandato cd. in rem propriam.
Si cercherà di dimostrare come il netto contrasto fra la dottrina, quasi unanimemente, fedele ad un’interpretazione strettamente letterale e coerente con il sistema dell’art.78 l.f. e la giurisprudenza, orientata sulla tesi dell’inapplicabilità dell’art.78 l.f. al mandato in rem propriam in caso di fallimento del mandante, che si trascina sin dalle prime pronunce giurisprudenziali risalenti al periodo successivo all’entrata in vigore della legge fallimentare del 1942, oggi potrebbe dirsi quasi esaurito.
Infatti, dall’iniziale tesi giurisprudenziale dell’insensibilità del mandato in rem propriam in caso di fallimento del mandante, fondata sull’estensione analogica dell’art.1723 cc alla l. f., si è passati ad affermare che il fallimento possa essere causa di giusta revoca ex art.1723 cod. civ., quando la sua sopravvivenza contrasti con i fini propri della procedura fallimentare con una valutazione da notarsi caso per caso.
Recentemente si è affermato, limitatamente alla specie del mandato in rem propriam all’incasso di somme, che esso non sopravvive al successivo fallimento del mandante, poiché l’esecuzione dello stesso non può sovrapporsi alle regole inderogabili del concorso e pertanto, il mandatario in rem propriam pur rimanendo legittimato all’incasso dei crediti, sarebbe in ogni caso tenuto a restituire al curatore le somme riscosse dopo la dichiarazione di fallimento non potendo operare la compensazione fallimentare ex art.56 l.f tra crediti anteriori vantati nei confronti del fallito e debiti verso il medesimo sorti nel corso della procedura fallimentare.
Quest’ultima pronuncia, ora isolata e limitata al caso in specie, se dovesse confermarsi come nuovo orientamento della giurisprudenza di legittimità, porta con sé l’effetto pratico di attenuare di molto la portata della sopravvivenza del mandato in rem propriam in caso di fallimento del mandante poiché il mandatario difficilmente troverà economicamente conveniente compiere un’attività di esazione del credito che non andrebbe a suo beneficio bensì a vantaggio del fallimento.
Di qui ad arrivare ad ammettere lo scioglimento tout court anche di questo tipo di mandato, tra l’altro più volte affermato dalla giurisprudenza di merito anche in epoca risalente, il passo è breve e auspicabile.
Infine si indagherà sugli effetti del fallimento sul mandato alle liti, con particolare riferimento alla convenzione di arbitrato cercando di individuare, per quest’ultimo, il momento di rilevanza della fattispecie dell’art.78 l.f. che si ritiene vada ricercato non nel momento della stipulazione della convenzione arbitrale, mediante la clausola compromissoria o il compromesso, bensì nel momento in cui si procede alla nomina degli arbitri.

Mostra/Nascondi contenuto.
INTRODUZIONE L’imprenditore commerciale nella sua attività d’impresa, quotidianamente, si serve del contratto di mandato per concludere quasi tutti i negozi giuridici che il nostro ordinamento riconosce e tutela. Perciò, se l’oggetto del presente studio, ancorchè concernente il diritto fallimentare, non fosse ulteriormente delimitato, risulterebbe molto vasto. Preliminarmente, ci si limiterà ad indagare sulla ratio dell’art. 78 della legge fallimentare che prevede l’automatico scioglimento del contratto di mandato per il fallimento del mandante o del mandatario, comparandola con la disciplina completa di diritto sostanziale contenuta nel codice civile. Sarà approfondita la fattispecie inerente al fallimento del mandante, con particolare riguardo all’aspetto più problematico e controverso relativo al fallimento del mandante nel caso di conferimento del mandato cd. in rem propriam. Si cercherà di dimostrare come il netto contrasto fra la dottrina, quasi unanimemente, fedele ad un’interpretazione strettamente letterale e coerente con il sistema dell’art.78 l.f. e la giurisprudenza, orientata sulla tesi dell’inapplicabilità dell’art.78 l.f. al mandato in rem propriam in caso di fallimento del mandante, che si trascina sin dalle prime pronunce giurisprudenziali risalenti al periodo successivo all’entrata in vigore della legge fallimentare del 1942, oggi potrebbe dirsi quasi esaurito. Infatti, dall’iniziale tesi giurisprudenziale dell’insensibilità del mandato in rem propriam in caso di fallimento del mandante, fondata sull’estensione analogica

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Rosario Vitolo Contatta »

Composta da 146 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 6811 click dal 20/03/2004.

 

Consultata integralmente 14 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.