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I tragitti storici della ex Jugoslavia: la dialettica tra l’uno ed il molteplice. Tentazioni identitarie e tentativi di ricomposizione.

Informazioni tesi

  Autore: Gianluca Serra
  Tipo: Tesi di Specializzazione/Perfezionamento
Specializzazione in Relazioni Internazionali - Guerre civili e crisi umanitarie nei Balcani
Anno: 2002
Docente/Relatore: Massimo Caneva
Istituito da: International Association for European Studies
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 38

"(...) costruiti sensatamente nel punto in cui si incrocia la maggior parte delle necessità umane, (...) i ponti (...) come eterno e mai soddisfatto desiderio dell'uomo di collegare, pacificare e unire insieme tutto ciò che appare davanti al nostro spirito, ai nostri occhi, ai nostri piedi, perché non ci siano divisioni, contrasti, distacchi"

Ivo Andric (da "I ponti", 1963)

La capitale del dolore -Sarajevo- ha luogo nel seno di colline di un verde troppo scuro per infondere speranza in chi vi è rimasto… ma perfettamente in accordo con il cielo che, plumbeo, le grava sopra anche in piena estate. Il mare, con le sue larghe onde capaci di lavare i lidi da memorie cruente, è lontano. Qui c’è solo un fiume. Non bastano le sue acque per diluirvi il sangue di uomini qui inumanamente versato da altri uomini. La guerra, sinistra creatura, ha la sua dimora nelle intrigatissime selve dei colli che la natura ha posto a perenne assedio della città; essa vive come una strega: per lunghi anni rimane rinchiusa nella sua buia spelonca a preparare malefiche misture… poi, di tanto in tanto, scende a valle e le sperimenta sulla città. I libri di storia conservano il ricordo di queste fatali discese: il 28 giugno 1914, incarnatasi nel giovane Gavrilo Princip, la ninfa del male assassinò il delfino di Vienna, l’arciduca Francesco Ferdinando, e l’Europa fu presto solcata dalle trincee della Grande Guerra; all’inizio dell’aprile del 1992, le bocche di fuoco dell’artiglieria serba, rimaste aperte fino a tutto il 1995, ricordarono che la bestia era ancora lì, sulle colline, e voleva la città. Il più grande stregone degli slavi del sud, il maresciallo Tito, era riuscito ad ammansirla costringendola a bere un micidiale infuso -il comunismo- che riassorbiva i mai sopiti orgogli etnici e le irrisolte questioni nazionali nell’orgoglio operaio e nella questione di classe; un temibile mostro -il partito unico- era stato posto a guardia della spelonca, laboratorio dell’odio. Ma la bestia non era stata uccisa. La bestia dormiva, sognava il male che avrebbe fatto al suo risveglio. Il letargo finì con la morte dello stregone Tito, il 4 maggio del 1980. La bestia era di nuovo libera: le bastarono una dozzina d’anni per tornare a seminare distruzione e lutto a valle…


Sarajevo è il cuore urbano di una regione dalla geografia insicura: a differenza delle sue cugine appenninica ed iberica, che sono separate dal Continente dalle catene montuose delle Alpi e dei Pirenei, la penisola Balcanica non oppone una barriera abbastanza marcata o visibile di fronte all’Europa occidentale. Somiglia tanto ad una vasta landa di frontiera: per chi viene da Occidente qui è già Oriente e per chi giunge da Oriente è già Occidente.
Sarajevo è emblema di una diversità che è, ad un tempo, il fascino e la tragedia dei Balcani, un territorio che ha prodotto più storia di quanta sia stata in grado di metabolizzarne. La storia balcanica è storia di fratture dell’uno e di tentativi di ricomposizione del molteplice.

Il presente Paper è stato discusso al termine della Summer School in International Relations organizzata nella ex Jugoslavia (Sarajevo, Mosta, Belgrado) nel 2002 dall'AESI (Associazione Europea Studi Internazionali)

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3 1. - Sarajevo La capitale del dolore ha luogo nel seno di colline di un verde troppo scuro per infondere speranza in chi vi è rimasto… ma perfettamente in accordo con il cielo che, plumbeo, le grava sopra anche in piena estate. Il mare, con le sue larghe onde capaci di lavare i lidi da memorie cruente, è lontano. Qui c’è solo un fiume. Non bastano le sue acque per diluirvi il sangue di uomini qui inumanamente versato da altri uomini. La guerra, sinistra creatura, ha la sua dimora nelle intrigatissime selve dei colli che la natura ha posto a perenne assedio della città; essa vive come una strega: per lunghi anni rimane rinchiusa nella sua buia spelonca a preparare malefiche misture… poi, di tanto in tanto, scende a valle e le sperimenta sulla città. I libri di storia conservano il ricordo di queste fatali discese: il 28 giugno 1914, incarnatasi nel giovane Gavrilo Princip, la ninfa del male assassinò il delfino di Vienna, l’arciduca Francesco Ferdinando, e l’Europa fu presto solcata dalle trincee della Grande Guerra; all’inizio dell’aprile del 1992, le bocche di fuoco dell’artiglieria serba, rimaste aperte fino a tutto il 1995, ricordarono che la bestia era ancora lì, sulle colline, e voleva la città. Il più grande stregone degli slavi del sud, il maresciallo Tito, era riuscito ad ammansirla costringendola a bere un micidiale infuso -il comunismo- che riassorbiva i mai sopiti orgogli etnici e le irrisolte questioni nazionali nell’orgoglio operaio e nella questione di classe; un temibile mostro -il partito unico- era stato posto a guardia della spelonca, laboratorio dell’odio. Ma la bestia non era stata uccisa. La bestia dormiva, sognava il male che avrebbe fatto al suo risveglio. Il letargo finì con la morte dello stregone Tito, il 4 maggio del 1980. La bestia era di nuovo libera: le bastarono una dozzina d’anni per tornare a seminare distruzione e lutto a valle…

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