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Professione reporter di guerra: da Russell ad Al-Jazeera storie, analisi ed evoluzione di un mestiere difficile

La storia del giornalismo di guerra ha inizio con l'irlandese Bill Russell, il primo vero inviato (anche se c'è una disputa tra gli storici su questo punto), che, dalle zone più "calde" della Terra, ci ha raccontato l'epocale Guerra di Crimea senza remore e con assoluta libertà di informazione. Russell fu un "cane sciolto", agì come un bambino curioso: osservava, girovagava e provava a trovare connessioni in grado di spiegare, prima a se stesso e poi a chi era lontano chilometri, cosa veramente fosse una battaglia. Niente censura e nessuna verità di comodo. Certo, il suo lavoro non fu semplice: i soldati e i comandanti lo odiarono. Ci fu anche chi desiderò ardentemente sfidarlo in duello,lanciandogli sovente il guanto bianco. Ma il piccolo irlandese, a cui è dedicata una statua commemorativa nella cattedrale londinese di St. Paul, non si fece intimorire. Grazie alle sue critiche e ai suoi racconti asciutti, il Comando generale inglese si ritrovo nella situazione di dover sostiutire il comandante. I resoconti del giornalista aprirono una breccia nel muro che, fino a quel momento, aveva tenuto separati l'ignaro cittadino e la verità dai campi di battaglia. Purtroppo la storia ci insegna che non sarà sempre cosi. Soprattutto dal Vietnam in poi, che farà da spartiacque e rappresenterà il punto di non ritorno per l'informazione di guerra. Ancora oggi, ci sono illustri strateghi militari che attribuiscono la colpa di quella disfatta alla televisione e all'informazione derivante. Gli americani impararono a memoria la lezione e non "sbagliarono" più: niente soldati morti in video, niente "fuckin bastards", cosi come erano amorevolmente chiamati i giornalisti a seguito, lasciati liberi di scorazzare. Parola d'ordine: censura!, perchè la guerra era stata persa nei "salotti e in tv", non nelle strategie militari. Il saggio è un appassionate excursus storico e un'attenta analisi che, prendendo il via dalla Guerra in Crimea, arriva ai giorni nostri, ad Al-Jazeera e ai nuovi leader mondiali che monopolizzano l'informazione. Ogni evento bellico è raccontato e analizzato, innanzitutto, con gli occhi dei protagonisti. La domanda a cui si cerca di dare una risposta è: l'inviato è davvero "un dinosauro sepolto dalla polvere del tempo" come sostiene Mimmo Candito? Ma si cercherà di fare luce anche su altri dubbi. Siamo davvero sicuri che nell'era del "grande fratello" e del "bombardamento mediatico", lo spettatore a casa sia informato? O si tratta solo di una misera illusione? Siamo davvero di fronte al paradosso che Scurati definisce del "telespettatore totale"? Quante bugie vengono dette in nome della tanto sbandierata "sicurezza nazionale"? Gli "embedded" sono la soluzione al problema o un altro tentativo di raccontarci una parte della realtà? I nuovi strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione (Internet e War blog su tutti) sono armi a favore della verità o della menzogna? Per cercare delle conferme e delle smentite mi sono avvalso della preziosa, quanto autorevole, collaborazione di alcune firme note del nostro giornalismo: Ennio Remondino, Mauro Montali e Maddalena Tulanti, che ho avuto il piacere e l'onore (e l'onere) di intervistare personalmente. Ma non solo loro. Come non farsi supportare dal contributo di giornalisti del calibro di Mimmo Candito, Ettore Mo e del grandissimo Montanelli? Impossibile. Naturalmente largo spazio è dedicato al mezzo tecnologico che più di tutti ci ha cambiato la vita: la televisione. Non potevo certo esimermi dal parlare del fotogiornalismo e del suo maggior esponente: il mitico Robert Capa. Ovviamente non era possibile ignorare i nuovi mezzi d'informazione come Internet. Insomma, se volete scoprire tutti i retroscena del mondo del giornalismo di guerra e dei suoi tremendi "palcoscenici" non vi resta che tuffarvi in questa appassionante lettura. Buon viaggio.....

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1 INTRODUZIONE La guerra è un tipo di conflitto armato. Il conflitto è un fenomeno naturale che assume forme e dinamiche diverse nel tempo. I suoi modelli possono essere più o meno ricorrenti nella Storia, essere ad esempio “epocali”, “locali”, “unici” o “rapidi”. I conflitti bellici appartengono alla categoria che potremmo definire “sociale”, ovvero sono, in un certo senso, di gruppo, coinvolgono milioni di persone. Spesso (se non sempre) non sono altro che la continuazione “in armi” dei conflitti economici e politici. Non è raro che una guerra nasca dall’opposizione tra una fascia sociale privilegiata e tecnologicamente avanzata ed una temporaneamente arretrata. L’epoca da noi etichettata come “moderna” appare costellata da conflitti (guerra dei Trent’anni, guerre coloniali, I e II guerra mondiale, Guerra Fredda fino al terrorismo mondiale che purtroppo stiamo vivendo sulla nostra pelle) tra “potenti, ricchi che impongono lo sfruttamento come pedaggio per accedere al benessere, e poveri che vogliono diventare ricchi senza pagare i pedaggi richiesti” 1 . Nella dinamica della storia moderna e contemporanea è quasi un dato ricorrente, e oserei dire inevitabile, che il benessere venga prodotto a scapito di qualcun altro: da qui la fonte profonda dei conflitti. Ma non si pensi che nell’antichità funzionasse in modo diverso, anche i nostri antenati, anche i valorosi Romani soffrivano di mali simili. Cosa intendiamo, invece, per comunicazione? Comunicare è quel processo di trasferimento dell’informazione, contenuta in un segnale, attraverso un mezzo (canale), da un sistema (emittente) ad un altro (ricettore): il segnale è dotato di significato e tale da poter provocare una reazione nel ricettore. 1 Giorgio Fabretti “Il reporter di guerra: un testimone scomodo”, www.flipnews.org

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze della Comunicazione

Autore: Vincenzo Damiani Contatta »

Composta da 238 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 9022 click dal 31/03/2005.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.