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La Vita Nova di Dante, i mistici e Riccardo di San Vittore

Informazioni tesi

  Autore: Santo Distefano
  Tipo: Diploma di Laurea
  Anno: 1996-97
  Università: Università degli Studi di Catania
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Nnicolò Mineo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 257

Il presente lavoro è nato quale risultato di anni di studi medioevistici culminati nel desiderio, e susseguente tentativo, di approfondire certe tematiche inerenti al rapporto tra il giovane Dante e i mistici (in generale) e Riccardo di San Vittore, in particolare.
Come in ogni vera esperienza scientifica e umana l'esito ultimo dell'indagine ha radicalmente sovvertito le ipotesi di partenza, fino all'oggetto della ricerca e, addirittura, il metodo della stessa .
Le premesse consistevano in una generica, ma consapevole, volontà di indagine e approfondimento di un presunto misticismo della 'Vita Nova'.
Ma dall'analisi della stessa, in rapporto ai più importanti inter-testi poetici, mistici e scientifici (leggi 'medici') coevi (e anteriori) cominciavano a venire sovvertite le ipotesi di partenza, ovvero la realtà di un presunto misticismo del libello in lode a Beatrice. Troppi, e troppo evidenti, gli elementi (in rapporto alla mistica di Riccardo di San Vittore e non solo) umani e di 'amor doloroso' nell'esperienza descritta nell'operetta.
Allo stesso modo non si potevano ignorare i fermenti mistici comunque presenti nel racconto e della 'teoria d'amore' (Singleton) della 'Vita Nova'.
Il problema diventava allora non tanto quello di capire se l'operetta fosse mistica o meno - entrambe le ipotesi, se assolutizzate, si rivelavano riduttive - ma trovare una ipotesi esplicativa che permettesse di giustificare la compresenza di elementi di 'amor doloroso' e di mistica accensione della 'Vita Nova'.
Ne è scaturita l'ipotesi del libello in lode a Beatrice quale di un'opera eminentemente 'religiosa' - anzichè mistica - ove per 'religioso' non ci si riferisce ad elementi pietistico-devozionali (peraltro assolutamente minoritari nell'opera, se non assenti) quanto ad una onnipresente attività della "ragione", ai massimi livelli delle sue possibilità dentro un'interpretazione dei fatti assolutamente paradossali di cui il protagonista (cioè Dante) è oggetto.
E così il paradosso (una parola chiave del nostro lavoro) è ciò che eminentemente lega i due aspetti - 'amor doloroso' e ostinata presenza della ragione - assolutamente maggioritari dell'opera.
Beatrice, così, diventerà analogia di Cristo proprio in quanto origine di tale misterioso paradosso.
La ragione, ripetiamo, quale metodo ultimo di rapporto col reale (e quale domanda di significato di tutti i fatti a oggetto dell'esperienza) determinerà la fondamentale religiosità (e non misticismo o laicità cortese) dell'operetta.
Tali ipotesi esplicative sono nate dentro una minuziosa analisi dell'opera in rapporto all'intertesto mistico (soprattutto, con la teoria di Riccardo di San Vittore), ma anche cortese e medico fisiologico, a tutto ciò, insomma, che poteva essere ben presente all'Autore al momento della composizione del libello.
Ma sono state indagate anche quelle componenti relative alla cultura, mentalità e concezione del mondo ben presenti ad un intellettuale in fine XIII secolo e tali da giustificare una rappresentazione 'sui generis' della donna e dell'amore, quale quella della 'Vita Nova'.
Crediamo, infatti, che neanche il genio sia esentato dalla possibilità di attualizzare sempre qualcosa che è già possibile nella libera circolazione delle idee in cui si trova - volente o nolente - immerso.
D'altronde una vera e propria 'teoria dell'amore', vista l'importanza dell'oggetto, e la sua attualità non poteva non essere indagata tenendo conto del numero più ampio possibile di fattori.
E non poteva, ci sembra ancora, non portare ad una profonda religiosità quale contemplazione possibile di una oggettiva, ed ultima, razionalità del tutto.

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La Vita Nova di Dante, i mistici e Riccardo di San Vittore. 3 Capitolo primo Le Rime fuori dalla “Vita Nova” Non pare inopportuno tentare un primo confronto tra il testo dantesco e quello riccardiano partendo fin dalle primissime rime del poeta, ovvero iniziali riflessioni sull’amore che questi compie attraverso la lirica, forma letteraria a lui più congeniale tra il 1283 e il 1304 1 . Ma prima di addentrarci nella produzione del giovanissimo Dante premettiamo che l’interesse del quadro cronologico testé esposto sembrerebbe offerto non tanto da una continuità delle percezioni nonché relative rappresentazioni del poeta intorno alla materia amorosa, bensì da una visibile discontinuità delle stesse e puntualizzabile in un momento preciso: la Vita Nuova, opera e concezione fondamentali verso un utilizzo 1 Cfr. N. Mineo Dante, Roma-Bari 1970, p17, che puntualizza come la stessa prosa della Vita nuova sia “costruita liricamente”.

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