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S. Mallarmé e W.Beckford- La Préface al Vathek

L’erotismo: l’occhio della mente e quello del piacere – la distanza.

Nella visione di Mallarmé l’occhio occupa un posto di primo ruolo. Esso è identificato con quello del genio poiché solo il vero artista, attraverso l’occhio della mente, è in grado di scoprire tutta la bellezza che esiste nella profondità di un’immagine. Egli, allora, le elabora secondo la sua visione, le affina, le smaterializza, per restituire all’umanità unicamente la sua luce.
Ma l’occhio ha anche un’altra funzione: esso rappresenta il mezzo di una jouissance oculaire denuée de toute curiosité intellectuelle, una freschezza che rinnova il pensiero.
E’ in Hérodiade che Mallarmé sviluppa pienamente tutta la rêverie dell’occhio e dell’erotismo oculare. Il mito di Hérodiade non è altro che quello di Narciso. Ella è colei che sfugge l’occhio del Profeta ma tanto più lo sfugge, tanto più si sente colpevole e tanto più vive la colpa come violazione alla propria purezza. Hérodiade sa che il suo rifiuto è pura menzogna e sa bene che solo nell’occhio altrui ella potrà perdersi per ritrovarsi. L’occhio ha dunque per Mallarmé/Hérodiade una funzione speculare, è lo specchio che riflette i suoi ricordi imprigionati nella glace au trou profond, è l’occhio che penetra per riflettere un’immagine ma più di essa é un pensiero. E’ un tema questo che, nella visione mallarmiana, si ricollega ad un altro tema ugualmente importante, che tratteremo più avanti, quello della rinascita e che ha le sue radici in un antico mito, quello di Dionisio e di Narciso. Questo mito, a sua volta, si identifica con quello ancora più antico che è nel concetto di creazione che rintracciamo nella
cosmogonia indiana secondo la quale lo specchiarsi del primo essere ha dato origine al mondo materiale e quindi alla nascita dell’umanità. Varie poi sono state le leggende che hanno trasmesso questo mito e tra di esse, senza dubbio, quella più nota è quella di Narciso.
Ciò che Mallarmé realizza in Hérodiade è una conversione ottica, un ritorno oculare a sé stesso. Lo specchio diventa l’elemento feticcio che fa da barriera ad ogni possibile élan di proiettarsi corporalmente aldilà di esso mentre gli concede, allo stesso tempo, la pienezza dell’immagine che può così essere riguardata ma non toccata. E’, in breve, l’antica ossessione del cielo e dell’azzurro che trova nella vitre l’ostacolo che impedisce il salto nel vuoto. L’ostacolo allora sarà sublimato […] que la vitre soit l’art, soit la mysticité… e su di esso si proietta una nuova dinamica del pensiero. Non potendo superare la barriera, la vitre e la glace costituiranno il punto di partenza per alimentare un pensiero diventato sterile per dar vita all’opera d’arte. L’occhio, dunque, è per Mallarmé ciò che fa da ostacolo al possesso immediato delle cose, è ciò che pone l’uomo in stato di attesa e il poeta nella necessaria meditazione affinché realizzi una vera opera d’arte.
La nudità ha bisogno quindi di un ostacolo per poter essere guardata

senza incorrere nella colpa e anche il sogno, che è nudità del pensiero, diventa peccaminoso quando si osa sorprenderlo nella sua integrità. E’ questo il senso di ciò che Mallarmé afferma nella lettera inviata a Cazalis:

Pour moi, voici deux ans que j’ai commis le péché de voir le Rêve dans sa nudité totale… .

Anche nel Vathek di William Beckford, l’occhio sembra seguire lo stesso percorso. Se attraverso l’occhio il Califfo si appropria delle immagini per ricreare il suo mondo, questo è anche il mezzo che gli permette di esprimere la parte trasgressiva del suo erotismo. Beckford, come Mallarmé, non mette mai in scena un puro erotismo carnale; in entrambi tutto passa attraverso una distanza –le regard – e ciò che resta è solo l’evocazione di quel desiderio provato ma mai espresso figurativamente.

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1 1.1 Una vocazione letteraria innata. S.Mallarmé (1842-1898) Ogni opera letteraria é uno spazio senza confini, un immaginario nel quale impera il silenzio. Ma é un silenzio enigmatico perché una voce l’attraversa e il suo eco é destinato a durare nel tempo. É quest’eco che attraverserà il nostro spazio mentale esprimendosi nelle forme più diverse fintanto che vivrà in noi. Che cos’era quest’eco per Mallarmé se non ciò di cui parla nel Sonnet en ptyx? Così scrive all’amico Cazalis: [...] il est inverse, je veux dire que le sens, s’il y a un [...] est evoqué par un mirage interne des mots mêmes. En se laissant aller à le murmurer plusieurs fois on éprouve une sensation assez cabalistique. C’est confesser qu’il est peu «plastique» comme tu me le demandes, mais au moins est-ce aussi «blanc et noir» que possible et il me semble se prêter à une eau-forte pleine de Rêve et de Vide. 1 1 Cfr. H.Mondor, Propos sur la poésie, Monaco, ed. Rocher,1946, p. 83. Si tratta del sonetto apparso inedito nel 1887 in una edizione litografata della raccolta Poésies col titolo «Ses Purs ongles très haut dédiant leur onyx». Questo sonetto era stato composto nel Luglio 1868 e in seguito fu più volte modificato dal poeta. Il primo titolo che figura nel manoscritto originale è Sonnet allégorique de lui-même.in .S.Mallarmé, Œuvres Complètes, texte établi et annotè par H.Mondor et G.Jean- Aubry, Bibliothèque de la Pléiade, N.R.F., Parigi, 1945, p. 1489.

Tesi di Laurea

Facoltà: Lingue e Letterature Straniere

Autore: Luciana Muffa Contatta »

Composta da 213 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.