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La femminilità in ''Cristo si è fermato a Eboli'' di Carlo Levi

Informazioni tesi

  Autore: Elisa Di Battista
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2004-05
  Università: Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM)
  Facoltà: Scienze e Tecnologie della Comunicazione
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Paolo Giovannetti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 119

L'osservazione della femminilità nell'opera di Levi comprende non solo un'analisi delle singole figure femminili e delle scene collettive, ma anche una presenza femminile più ampia ed estesa, potentissima in quanto governa e regge le esistenze degli uomini di Aliano, paese di confino di Levi. Le streghe possono guarire o uccidere attraverso i filtri che preparano e gli scongiuri che pronunciano; la Madonna, simile a una Persefone contadina, appare ai fedeli per soccorrerli o li lascia morire di malaria; la Madre Terra è indispensabile all'interno di una civiltà contadina, ma ad Aliano gioca un ruolo ancor maggiore, dato che il paese è costruito suui calanchi argillosi che franano sotto le piogge autunnali trascinando con sè le abitazioni. La presenza femminile magica, celeste o terrestre influenza la vita dei contadini lucani. "Cristo si è fermato a Eboli" viene anche messo a confronto con opere come "Conversazione in Sicilia" di Vittorini, "Il carcere" di Pavese, "La lupa" di Verga.

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0. INTRODUZIONE Come Carlo Levi, sono arrivata ad Aliano un pomeriggio di agosto. Quasi settant’ anni dopo di lui. A differenza di Levi, non mi portava un’automobile sgangherata, né avevo le mani impedite, e soprattutto non ero accompagnata da agenti. Mi accompagnava un amico lucano che da giorni mi scarrozzava tra gli aridi calanchi e le pendici rigogliose del potentino e del materano, desideroso di mostrarmi le particolarità regionali. Abituata al cemento milanese e alle piatte campagne lodigiane, come Carlo Levi sono stata colpita (e non voglia questo paragone peccare di presunzione) dal paesaggio lunare che si alternava all’inatteso verdeggiare dei colli tra le terre dell’Agri e del Sauro, e dai pittoreschi burroni argillosi che circondano Aliano. Le case bianche del paese riflettevano l’abbacinante luce estiva, gli stendardi neri appesi agli stipiti delle porte descritti dal confinato sono ormai un lontano ricordo; la casa di Carlo Levi è rimasta pressoché invariata: tre stanze ormai vuote, l’una in fila all’altra, pavimentate da mattonelle bordeaux che tingevano il bianco Barone quando, bagnato di pioggia, vi si sdraiava; la ripida scaletta esterna che porta all’immensa terrazza che domina la desertica vallata; il frantoio sottostante, già in uso durante il soggiorno leviano, ora adibito a Museo della vita contadina e allestito con gli strumenti del lavoro agricolo e l’arredamento povero della case degli agricoltori. Poco distante dalla casa di Levi, l’ex caserma dei carabinieri, dove egli doveva quotidianamente recarsi per firmare il registro, è trasformata in un Museo dove sono raccolte alcune opere del confinato, foto e documenti. Appoggiata a una ringhiera a strapiombo sulla Fossa del Bersagliere, contemplavo le strane forme nate dall’erosione dell’acqua sull’argilla; ascoltavo il silenzio; pensavo a cosa quell’uomo, mandato al confino in un paese così spazialmente e temporalmente lontano dal suo, avesse potuto pensare. E così, quel viaggio che credevo sarebbe stato per me una piacevole ma semplice visita in una regione mai vista, si è trasformato in una ricerca curiosa nella vita di un uomo, in un’immersione nella realtà e nelle usanze alianesi di settant’ anni fa, partendo proprio dal romanzo-diario-documento di Carlo Levi. Cristo si è fermato a Eboli, benché descriva la realtà attraverso gli occhi del suo autore e dunque doni un’interpretazione del tutto personale e soggettiva, forse mitizzata, della realtà lucana, e senz’altro enfatizzi gli aspetti di arcaicità e primitività del popolo alianese, resta un’opera interessante e suggestiva. Leggendola, ho avuto la sensazione di essere là in quel momento, nella Aliano degli anni Trenta, mi è parso di vedere quei contadini stanchi e bruciati dal sole, le donne nere e forti nell’antica passività, di sentire i ragli degli asini e l’abbaiare dei cani, di cogliere le sfumature dei colori delle argille, della fulminea primavera, della pelle degli uomini, di avvertire il nero penetrante degli occhi. Un’opera che è come un dipinto di duecento pagine, il cui pittore attinge i colori dalla tavolozza della realtà, dalla vita vissuta, e li spalma sulla tela con la passione di chi

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