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Quando l'informazione è a servizio del disabile. Il caso Abilhandicap

La questione della presenza dell'handicap in una società va guardata, innanzitutto, come un incontro fra differenze. Si può negare ogni importanza alla diversità sia banalizzandola, sia de-valorizzandola, oppure la diversità può essere studiata per comprenderla in quanto tale e quindi per migliorare ed aumentare le proprie conoscenze; o, infine, può essere studiata per comunicare.
Le società di cultura nord-occidentale, fin dal momento in cui definiscono se stesse come società composte da membri differenti, hanno letto la presenza del ”diverso” come una perturbazione nociva al buon funzionamento del proprio sistema ed hanno provato tentativi differenti per la soluzione al "problema": identificato di volta in volta l'accomodamento più adeguato per ottenere un equilibrio tra sistema e società, sono stati assunti conseguenti provvedimenti.
Si è passati così, nel tempo, dal suo rifiuto palese, col quale viene socialmente eliminato o ghettizzato, alla sua accettazione protettiva, costituendolo come oggetto passivo di cure ed assistenza specializzate, fino al riconoscimento della differenza, considerata per le proprie peculiarità e potenzialità; quindi alla ricerca di un'integrazione consapevole delle necessità speciali di ciascun individuo.
Anche la visibilità che i media italiani, soprattutto la televisione, offrono alla tematica della disabilità abbraccia questo iter comportamentale della società: il rapporto tra televisione e handicap prevede un riconoscimento di questo tema ancora in larga parte limitato da preclusioni e confini precisi.
Sul piano delle rappresentazioni televisive ciò si trasforma nella tendenza a relegare le differenze in ruoli e ambiti circoscritti: questo deriva, in parte, dal fatto che si scelgono delle pratiche narrative che spesso producono concezioni stereotipate della disabilità e, dall’altra, perché nell’incontro fra routine produttive e modelli culturali si consente l’accesso solo in alcune specifiche aree del palinsesto.
D’altra parte, però, a questo aspetto di esclusione corrisponde un nuovo slancio e una nuova linfa. Questa maggiore attenzione, sviluppata negli ultimi anni, rivela un parziale cambio di prospettiva nel modo di pensare l’handicap, e può divenire esso stesso leva del cambiamento. Una conseguenza di questo modo di pensare è il fiorire di attività ed iniziative avviatosi negli ultimi anni e culminato nel 2003, anno europeo del disabile, mirato a rilanciare la figura del soggetto disabile con handicap come una risorsa societaria.
Una speranza e un impegno da ottenere a livello europeo provengono dalla Dichiarazione Europea sui media e la disabilità, che fornisce gli orientamenti per un'ulteriore azione e riflessione sul miglioramento dell'immagine mediale dell’handicap, così come una maggiore partecipazione attiva di professionisti disabili in questo settore. Senza dubbio, un esempio prolifico e qualificante già proviene dagli altri paesi del Vecchio Continente dove i più importanti canali nazionali prevedono una programmazione sociale più ricca e sensibile alle esigenze della disabilità.
L’esempio offerto dalla rubrica regionale “Abilhandicap” potrebbe provocare un rinnovamento negli atteggiamenti comuni, derivante dallo scontro cognitivo ed emotivo con questi protagonisti: solo quando la consapevolezza del diritto all’uguaglianza della persona disabile sarà più diffusa e otterrà maggior credito, essa potrà prepotentemente assurgere a dignità di rappresentazione televisiva.

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4 Introduzione I. Chi è il disabile A partire dagli studi di Ludwig Wittgenstein vengono posti in primo piano il valore e l'importanza dell'origine e della mutazione delle convenzioni linguistiche. La sua attenzione agli atti linguistici "in quanto produttivi di effetti strategicamente orientati od orientabili" 1 ha evocato una nuova posizione teorica per il destinatario e la realtà socioculturale, sui quali essi hanno la capacità di produrre "effetti di senso". Il mutamento del rapporto fra segni, sistemi di segni e soggetti è stato storicamente attribuito alla diffusione in Europa del pensiero di Charles S. Peirce: "L'accento non è più posto sui sistemi di segni come meccanismi che generano messaggi [...]. Al contrario, la ricerca semiotica si incentra sul lavoro compiuto attraverso di essi, lavoro che costituisce e/o trasforma i codici, i soggetti che quei codici usano (cioè che compiono il lavoro), e, per quanto lentamente, i sistemi stessi" 2 . È molto intenso, oggi, il dibattito intorno al linguaggio ed alla terminologia da adottare nell'accostarsi al tema 1 -2 Bonfantini (1984), “Semiotica ai media”, Adriatica, Bari, pagg.36, 42.

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze della Comunicazione

Autore: Chiara Di Marco Contatta »

Composta da 114 pagine.

 

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