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Rappresentazione e concezione della violenza nei gangster movie di Abel Ferrara

Informazioni tesi

  Autore: Valeria Ariemma
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Paolo Bertetto
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 183

Aedi dei bassifondi (del disagio criminale urbano), Ferrara e St. John si perdono assieme a Scorsese e Schrader nel cuore malato, nell’anima nera, di New York City … nel ‘marcio’ della Grande Mela.
Tant’è che nel 1991, commentando gli sviluppi/le tendenze del gang movie metropolitano, Alessandro Camion riconosce Martin Scorsese quale ‘padre putativo’ non solo d’Abel Ferrara ma pure di John Woo . Se puntualizza che, pur annaspando tutt’e tre in certo nichilismo di matrice hemingway-peckinpahiana, per il ‘maestro’ le ossessioni della colpa, del riscatto, della carne e del sangue, sono ‘il letto’ del fiume che ‘(s)travolge’ e per gli allievi sono ‘la sorgente’ (“Per Ferrara e Woo diventano una scelta, un credo, un presupposto che bisogna aver assimilato soltanto per iniziare a comprendere i loro film” ) … Woo subito svelerà di non cercare appresso i gangster la filosofia e/o la religione … distanziando il gruppo Ferrara-Scorsese-Peckinpah (inseguito però da Kitano) ed agganciando Tarantino … dirottando la violenza verso una rappresentazione semplicemente spettacolare (non più ‘etica’, ‘critica’, ‘emblematica’ - d’una condizione esistenziale -). Dice Scorsese: “In Tarantino l’eroe è ironico, non esistenziale. Gli capita d’uccidere: ‘Bene. E allora?’” . Dice Kitano: “La differenza tra i miei film e gli altri film di yakuza è il peso d’ogni proiettile di pistola; la violenza nei miei film è una violenza che fa molto male. In un film questo dolore permette di neutralizzare la violenza. Voi invece non fate che film privi di dolore” .

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2 1. Mondo poetico. Cinema [politico] - filosofico - religioso Oltre la voga dell’occhio invisibile e il vezzo della riflessione metacinematografica, Abel Ferrara s’adopera senza sosta per uno sguardo che dilaghi e deflagri, frantumando la finzione, non la mort au travail 1 ma la vie a l’attaque; (s)doppia il cinema nella teoresi dell’affermazione e nella prassi della negazione; incardina il suo mentre scardina l’altro, allungando sugli spettatori cieli oscuri e odi cupi aggrumati da dubbi filosofici e interrogativi religiosi [“tra le poltroncine dove si mangia il popcorn e ci si aspetta la morte del gangster (N.d.A.: o del vampiro) e non del Cristo” 2 ]... cinema dalla tendenza estremistica, della posizione solipsistica (il richiamo è universale, il messaggio è particolare; i film di Ferrara s’appellano a tutti indistintamente ma parlano a ciascuno diversamente) e dell’atteggiamento idealistico. Ferrara cerca uno spettatore specifico, un occhio preciso, un particolare modus videndi che allontani l’ora del decesso e abbandoni l’attore vivente/morente alla passione sfrenata della cinepresa, al desiderio ardente e sensuale di sconfinare, (de)fluire, (di)vagare, svenire ... Blackout significa pure “deliquio”; sempre Blackout inceppa il meccanismo e lo riavvia nella sola direzione auspicabile/possibile: il porno-snuff movie, nel senso lato d’un cinema “senza protezione/copertura” (“Ogni film è potenzialmente uno snuff, nel senso che il pericolo è sempre presente sul set, durante le riprese. [...] Girando film metto la mia stessa vita in pericolo, ma credo che questo faccia parte del gioco. Se faccio un lavoro, vado fino in fondo ... è un impegno personale: sono un cineasta, cosa dovrei fare altrimenti? Limitarmi a costruire delle inquadrature 1 Vedi: Jean Cocteau, Dialoghi sul cinematografo, Milano, Ubulibri, 1987. 2 Silvio Danese, Abel Ferrara. L’anarchico e il cattolico, Recco, Le Mani, 1998, pag. 12.

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